Il Pd vira a sinistra. Il trionfo dei “ras” che già tramano per cambiare leader

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  • Tutto è bene quel che finisce bene, e per le principali correnti Pd è finita bene. Dopo giorni bollenti di assedio strettissimo al segretario, di scontri, drammi, bracci di ferro, guerriglie collegio per collegio, rivolte dei «territori»; ieri Dario Franceschini, Andrea Orlando, Nicola Zingaretti erano assai soddisfatti.

    Ognuno ha avuto il suo, ciascuno avrà il suo sottogruppo di riferimento e i suoi affetti nei prossimi gruppi parlamentari, e il suo pacchetto di azioni da far valere negli equilibri interni. Soddisfatto anche il ras di Puglia Michele Emiliano, che insieme all’alleato Francesco Boccia ha piazzato di riffa o di raffa tutti i propri sottopanza, a cominciare dal capo-gabinetto, e che quindi avrà voce in capitolo in un partito cui non è neppure iscritto. Soddisfatto persino Goffredo Bettini, per la «curvatura di sinistra» impressa a liste e programma Pd e per la candidatura di Marco Furfaro (pedigree notevole, era nella lista Tsipras ma venne fregato niente meno che da quella volpe Barbara Spinelli, che si tenne il suo seggio). A fare le spese di tanta allegria diffusa è l’ala riformista del Pd, gli ex renziani di Lorenzo Guerini e Luca Lotti, considerati rei di «ex renzismo» e dunque allegramente decimati dagli altri, e che in pochi ritorneranno in quei gruppi di cui avevano la maggioranza. E dire che ci aveva provato un vecchio pezzo da novanta del Pci come Ugo Sposetti a difenderli: «Se Guerini e Lotti non avessero tenuto i propri deputati e senatori nel partito, ai tempi della scissione di Renzi, il Pd sarebbe praticamente rimasto senza gruppi parlamentari, e si sarebbe potuto scordare i ruoli di governo che ha avuto».

    Anche il segretario del Pd Enrico Letta si è ovviamente assicurato un pacchetto di eletti suoi, dal fido Marco Meloni (che, come regista delle liste, ha passato molte notti insonni a fronteggiare i i capibastone nazionali e locali) al brillante professor Nicita alla giovane Silvia Roggiani, fino al virologo Crisanti e all’economista Carlo Cottarelli, una delle ultime foglie di fico rimaste a coprire la decisa virata sinistrorsa, a torsione filo-grillina, imboccata inesorabilmente dal Pd, ex alfiere di Mario Draghi e del suo pragmatico riformismo. Al punto che, commenta un dirigente dem ex renziana, «tanto valeva allearsi con Conte, visto che ci abbiamo messo dieci minuti a dimenticare l’agenda Draghi e a recuperare tutte le ambiguità e i populismi sociali del periodo giallo-rosso, e che gran parte dei futuri eletti (prendi la celebratissima Elly Schlein) non vedono l’ora di rifidanzarsi con Toninelli».

    Eppure, Letta – a differenza di Franceschini, Orlando etc. – non è molto allegro. Conosce i suoi polli, e il suo partito, e ha cominciato a vedere le manovre tutto intorno a lui. Perché se i sondaggi non saranno miracolosamente invertiti, Letta rischia di essere il leader di un Pd che ha mandato l’orbaniana Meloni al governo. La scommessa di uscire dalle urne come primo partito è ardua, ma potrebbe essere l’ultimo bastione di difesa per il Nazareno. Se cadesse, il copione è già scritto: il malcontento di chi è stato penalizzato dalla composizione delle liste potrebbe coagularsi con la spinta delle correnti uscite vincenti dalla partita delle liste, e reclamare il congresso (l’ultimo si è tenuto nel 2019) a inizio 2023. Il candidato più accreditato è l’emiliano Stefano Bonaccini. Orlando potrebbe fare lo «sfidante» da sinistra puntando a capeggiare la minoranza, Franceschini il kingmaker, Letta saluterebbe in fretta e il Pd avrebbe – di nuovo – un leader che non controlla i gruppi parlamentari. Una specie di «giorno della marmotta», sempre uguale.


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