Il primo ministro libico: “Improbabile un accordo come quello fatto con la Turchia, da noi la situazione è del tutto diversa. Occorre cercare la soluzione nei Paesi d’origine dei migranti, essi necessitano di stabilità politica ed economica e di opportunità di sviluppo”
TRIPOLI – Dalla Libia dopo la caduta del dittatore Muammar Gheddafi giungono praticamente solo cattive notizie: islamisti radicali, profughi affogati, milizie che saccheggiano e governi rivali. Ora, però, sembra che le cose stiano per cambiare. Un governo di unità nazionale sostenuto dall’Onu dovrebbe porre fine al caos.
Il primo ministro è Fayez al Serraj, che ha lanciato sotto l’egida del governo di unità nazionale un’offensiva di diverse milizie contro le formazioni terroristiche dello Stato islamico.
Le sue truppe stanno avanzando a Sirte. Crede che l’Is sarà presto sconfitta nella città natale di Gheddafi?
“Lì combattono truppe da tutta la Libia contro l’Is. Sirte è attaccata da ovest, da est e da sud. La disfatta dell’Is è solo questione di tempo”.
Quanto è importante per lei e per il nuovo governo di unità nazionale una vittoria sugli islamisti?
“Molto, molto importante. Ci restituirà il controllo sulle aree cadute in mano all’Is. E in questo modo speriamo di unire attorno a noi tutti i libici”.
A Tripoli si vedono lunghe code davanti alle banche. C’è penuria di contante, il cambio del dinaro libico cala costantemente. Oltre ai due governi rivali della Libia orientale e occidentale ci sono anche due banche centrali. Queste premesse non sembrano offrire prospettive di una uscita dalla crisi.
“La scorsa settimana c’è stato un incontro in Tunisia fra i rappresentanti delle due banche centrali. Sono state prese decisioni comuni, con le quali intendiamo affrontare i problemi. Non ci saranno risultati a breve termine, ma abbiamo avviato un progetto positivo”.
Un problema sono le innumerevoli milizie ostili l’una all’altra. A Tripoli controllano interi quartieri e perfino l’aeroporto. Sono i veri signori della Libia?
“È vero che ci sono diversi gruppi armati. Ma sono agli ordini del Ministero della Difesa o di quello degli Esteri. Sto contattandoli tutti per coordinarli. Le assicuro che non hanno nulla contro la creazione di un esercito e di una polizia unitari. Naturalmente, tra qualche gruppo non corre buon sangue. Per questo ora è importante che i nostri ministri si stabiliscano finalmente nelle loro sedi e comincino a lavorare. Se ci sono strutture solide, le cose cambiano in fretta”.
Recentemente, il ministro della Difesa francese, Jean-Yves Le Drian, le ha offerto protezione. Anche qualche altro Paese europeo è disponibile a venire in aiuto di lei e della Libia.
“Sappiamo che la comunità internazionale è pronta ad aiutarci. Nella lotta contro il terrorismo abbiamo bisogno di aiuto dall’estero, ma questo non ha nulla a che vedere con un intervento militare. Noi diamo il benvenuto a ogni sostegno, ma non abbiamo bisogno di truppe straniere sul territorio libico”.
Non verrebbe inteso come un intervento, ma come una risposta a una richiesta di aiuto.
“L’aiuto nella lotta contro il terrorismo è una cosa, ma la notizia messa in circolazione dai media secondo cui noi avremmo richiesto truppe di terra è semplicemente falsa. È contro i nostri principi”.
E per quanto riguarda gli attacchi aerei contro gli estremisti?
“Le nostre forze armate hanno soltanto richiesto immagini satellitari, informazioni dei servizi segreti e supporto tecnico. Sono i nostri specialisti militari a stabilire di che cosa abbiamo bisogno “.
Sabato sulla costa libica sono stati recuperati più di cento cadaveri di profughi. Cosa intende fare sulla tragedia dell’emigrazione?
“Le spiagge del nostro Paese dovrebbero essere luoghi di turismo e di commercio. La costa invece è diventata la base dei barconi della morte. E questo comporta molti problemi, anzitutto di carattere umanitario. Ma l’emigrazione non può essere risolta con il bombardamento dei barconi, come qualcuno propone in Europa”.
Qual è l’alternativa migliore?
“Occorre cercare la soluzione nei Paesi d’origine dei migranti. Essi necessitano di stabilità politica ed economica, e di opportunità di sviluppo. Per porre fine al problema dell’emigrazione abbiamo bisogno di una visione comune con l’Unione Europea”.
Riprenderebbe i profughi giunti in Italia dal territorio libico, così come la Turchia si è
impegnata a fare in base agli accordi con l’Ue?
“No. Noi non accetteremo che l’Ue ci rispedisca i migranti. Da noi non possono vivere. La situazione dei migranti che vengono qui dal Sud è del tutto diversa da quella della Turchia. Non si possono confrontare”.
La Repubblica.it