“Il reddito di cittadinanza così non va. Danneggia soprattutto il Mezzogiorno”

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  • «L’idea del governo mi sembra quella di preservare la natura assistenziale del sussidio per coloro che non sono in grado di lavorare, ma evitare che il reddito di cittadinanza diventi un parcheggio per persone che potrebbero lavorare». Carlo Stagnaro, direttore ricerche e studi dell’Istituto Bruno Leoni, esprime un giudizio tendenzialmente positivo della riforma del reddito di cittadinanza.

    Cosa non ha funzionato nel sussidio voluto dai grillini?

    «Il principale problema del reddito di cittadinanza è quello di avere un duplice obiettivo: da un lato il contrasto alla povertà, dall’altro il sostegno al reinserimento nel mondo del lavoro. Questa seconda gamba era del tutto carente e, quindi, oggi, il reddito di cittadinanza è solo un gigantesco meccanismo redistributivo».

    Perché il M5S continua a difenderlo così strenuamente?

    «Credo che ci sia una ragione puramente politica. Sin dalla nascita dei Cinquestelle, quella misura è stata la loro bandiera principale ed è chiaro che la difendano. Penso, però, che ci sia una ragione anche più profonda e ideologica, cioè l’idea che il lavoro non è un diritto/dovere, ma è un optional. Una società che ha l’ambizione di crescere, invece, si basa sul fatto che ognuno deve dare il proprio contributo lavorando».

    Perché il sussidio ha attecchito soprattutto al Sud?

    «Il reddito di cittadinanza ha attecchito perché tutti noi desideriamo ricevere 500 euro piuttosto che non riceverli. Che sia più diffuso al Sud è dovuto al fatto che nel Mezzogiorno ci sono meno opportunità occupazionali e una maggiore diffusione del lavoro nero. Ed è proprio per questo che questa misura fa più danni al Sud che al Nord: aumenta non solo il disincentivo a lavorare, ma anche il lavoro nero».

    Cosa sarebbe utile al posto del reddito di cittadinanza attuale?

    «Creare un sostegno di contrasto alla povertà che vada davvero a chi ne ha bisogno. Si dovrebbe, poi, riprendere il percorso che è stato interrotto di politiche attive che prevedano un sostegno economico per trovare un lavoro alternativo oppure la frequentazione dei corsi di formazione per diventare occupabili. Si deve, però, subordinare la fruizione del beneficio al fatto che, se uno riceve un’offerta di lavoro, perde il beneficio. Se uno, invece, non si impegna a frequentare corsi di formazione e a conseguire delle attitudini professionali, perde il beneficio».

    Dopo quanti rifiuti andrebbe sospeso?

    «Se una persona è occupabile, riceve un’offerta di lavoro adeguata e la rifiuta, quella persona dovrebbe perdere il diritto a percepire qualunque tipo di beneficio. E, per adeguata, intendo coerente con il livello reddituale del reddito di cittadinanza stesso. Se, cioè, rifiuta un contratto a termine di tre mesi è un conto, ma se ne rifiuta uno della durata di uno o due anni non c’è nessuna giustificazione. Credo, infine, che si possano immaginare degli strumenti particolari per evitare che qualcuno si debba muovere da Lampedusa a Bolzano, però, questo non può diventare un alibi per lasciare tutto come sta».


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