Il referendum-trappola: il voto poi l’arruolamento Putin: 15 anni ai disertori

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  • Si scrive referendum si legge arruolamento. Il voto farsa che si svolge nei quattro territori occupati dai russi dell’Est dell’Ucraina non serve soltanto per dare un’apparenza di legittimità alla prossima annessione alla Russia di territori che costituiscono quasi un sesto dell’intera Ucraina, ma anche a garantire all’armata di Vladimir Putin carne da cannone fresca. Quella stessa carne che lo Zar cerca di ottenere con un pacchetto di provvedimenti firmati ieri: emendamenti al codice penale che rendono più severe le pene contro chi diserta o non si presenta alla leva (reclusione da cinque a dieci anni che crescono fino a quindici durante la mobilitazione o in vigenza di legge marziale) e contro chi si arrende volontariamente al nemico (fino ai dieci anni); e una legge che facilita l’accesso alla nazionalità russa per i cittadini stranieri che servono nell’esercito russo con un contratto di almeno un anno.

    E poi ci sono le coscrizioni «elettorali». In Luhansk soprattutto, ma anche nel Donetsk, a Kherson e a Zaporizhzhia i cittadini vengono cercati casa per casa, con metodi spicci e senza garantire la libertà di astenersi o di esprimersi liberamente sul quesito referendario. Non solo: agli uomini che votano viene consegnato immediatamente un passaporto della Federazione Russa e un avviso di mobilitazione per andare a combattere la sporca guerra. Nuovi sprovveduti soldati nemmeno russi a cui il presidente ucraino Volodymyr Zelensky chiede di sabotare il nemico: «Nascondetevi dalla mobilitazione russa con ogni mezzo. Evitate la leva e cercate di raggiungere il territorio libero dell’Ucraina. Ma se entrate nell’esercito russo, sabotate qualsiasi attività del nemico, ostacolate ogni operazione russa, forniteci qualsiasi informazione importante sugli occupanti: sulle loro basi, i quartier generale e i depositi di munizioni».

    Ma torniamo al referendum da operetta. Ecco il racconto fatto alla tv ucraina dal governatore in esilio del Luhansk Sergiy Gaidai: «Quando apri, entrano e ti danno una scatola di cartone. Ti nascondi e metti un segno di spunta, ma ci sono uomini armati e se scrivi contro mettono il tuo nome su una specie di quaderno. Invece se metti una crocetta a favore scattano le congratulazioni. Poi viene rilasciato anche un passaporto. Se sei un uomo, il passaporto viene rilasciato insieme a un avviso di mobilitazione». Non sono più tranquillizzanti i racconti che arrivano da Kherson, dove i soldati russi avrebbero costretto molti residenti a votare più volte oppure il componente di un nucleo familiare a votare per tutti gli altri. «Un teatro dell’assurdo» secondo la definizione del vicegovernatore dell’amministrazione regionale Yuri Sobolevsky.

    Ieri è stato il secondo giorno della consultazione, che andrà avanti fino a martedì 27 con modalità quanto meno anomale. Per i primi quattro giorni il voto si svolgerà a domicilio, in modo da gonfiare la partecipazione e fare pressioni psicologiche sugli elettori. Solo l’ultimo giorno ci si potrà recare in seggi tradizionali. La regolarità del voto dovrebbe essere garantita da centinaia di osservatori internazionali, tra i quali diversi italiani, dei quali però non si sa come e dove operano. I racconti che arrivano dai territori occupati non sembrano certo testimoniare della pratica di un esercizio di democrazia. Per questo il consigliere di Zelensky Mikhailo Podolyak parla di «referendum-farsa» e di «show propagandistico». Per questo anche la Turchia ieri ha precisato che non riconoscerà la validità della consultazione. E per questo il presidente statunitense Joe Biden ha ieri avvisato Mosca, annunciando «nuove misure economiche rapide e severe alla Russia» se annetterà territori in Ucraina in seguito a questi «referendum fittizi, simulacri che non hanno né effetti né legittimità».

    Intanto ieri nuovo cambio al vertice nell’esercito di Mosca. Il generale Dmitry Bulgakov è stato sollevato dalle sue funzioni di viceministro della Difesa per la logistica e sostituito da Mikhail Mizintsev, soprannominato dagli ucraini il «macellaio di Mariupol» per il comportamento brutale contro la popolazione civile durante l’assedio della città sul mar d’Azov.


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