INCHIESTA WHY NOT. ARCHIVIAZIONE PER ROMANO PRODI ESTRANEO AI FATTI

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  • L’archiviazione decisa dal Gip di Catanzaro, Tiziana Macrì, per presunti illeciti nella gestione di fondi pubblici regionali, nell’indagine «Why not» (le accuse erano «generiche, vaghe, inidonee»), suscita in Romano Prodi «molta soddisfazione» perchè «il testo della sentenza è chiaro, netto e inequivocabile». Ma è anche vero che di quella vicenda, nata nell’estate 2007, il Professore ha sempre detto di non conoscere nemmeno un indizio delle accuse che gli venivano rovesciate dal Pm, Luigi De Magistris, ora sceso nell’agone politico con l’Idv. «Non riesco a comprendere che cosa mi viene ipotiticamente attribuito» è stato il refrain dell’ex premier, ripetuto ad amici e colleghi. In pratica, sul suo numero telefonico erano arrivate chiamate da un indagato, al centro dell’inchiesta su un presunto «comitato d’affari di San Marino» attraverso il quale sarebbero state commesse manovre affaristiche da Antonio Saladino, ex presidente della Compagnia delle opere in Calabria. In primo luogo, Prodi è stato prosciolto per aver fatto parte del comitato San Marino. E con lui sono state archiviate le posizioni di Sandro Gozi, dell’imprenditore e deputato Pd, Piero Scarpellini, di Luigi Bisignani, del consigliere calabrese, Antonio Acri, di Gerardo Carnevale, Vincenzo Bifano, Armando Zuliani e Giulio Grandinetti. La Procura generale di Catanzaro, chiedendo l’archiviazione nel dicembre 2008, aveva scritto di «escludere che Prodi abbia mai fatto parte di quel gruppo di persone indicato quale ”comitato di San Marino”: dette persone erano solo di area politica riconducibile all’onorevole Prodi».

    Anche se dall’inchiesta «Why not» si alzarono scintille che provocarono il primo incendio al suo governo (nella vicenda figurava anche Clemente Mastella, allora Guardasigilli), Prodi ha sempre rinnovato fiducia alla magistratura. Come dice Sandra Zampa, ora deputato e portavoce, l’ex premier «soffrì moltissimo per quelle accuse che gli piovevano addosso, ma ha sempre saputo mantenere saldezza di nervi». Anche recentemente, ha detto che «la giustizia va riformata, ma dev’essere uguale per tutti. Non esiste una legge per il sovrano e un’altra per il popolo». Ma questa sentenza rappresenta l’ennesimo proscioglimento per il Professore, già uscito con le mani pulite da «Telecom Serbia» e Mitrokin (il governo Berlusconi di allora nominò due commissioni d’inchiesta). Tutto il castello accusatorio si dimostrò costruito sul nulla, probabilmente a tavolino. di Fabizio Rizzi Il Messaggero