Invalidità e lavoro, storie di disperazione

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  • Il caso emblematico di un cittadino disoccupato di 43 anni con invalidità al 45% per un infortunio sul lavoro. Da un lato nessuna azienda gli ha ancora offerto un´occupazione compatibile col suo stato di salute; dall´altro non può iscriversi alle liste per i cantieri integrativi dello Stato, non avendo il 55% di invalidità. Da tre mesi non percepisce più nessuna indennità economica. Cosa deve fare un lavoratore in queste condizioni per sopravvivere?

     

    Ottobre 2009 – Un cittadino disoccupato si è rivolto alla FULI-CSdL – a cui è iscritto da diversi anni – per raccontare la sua disperazione. Una storia che rendiamo pubblica anche perché accomuna altre persone in situazioni simili. Ha 43 anni ed è padre di famiglia. Il suo calvario è iniziato nel 1994, quando ha subìto un infortunio sul lavoro che gli ha colpito la schiena, procurandogli un´invalidità che negli anni è arrivata al 45%. Messo in mobilità dopo l´incidente, l´ortopedico di turno dell´epoca – peraltro molto affermato – non ha accettato di fargli fare un esame approfondito per accertare i suoi problemi alla schiena, ai fini di un´adeguata collocazione occupazionale. Solo con il cambio di ortopedico nel maggio 1995, è venuto alla luce il problema alla schiena nella sua reale entità, ma ormai erano trascorsi sedici mesi, e non dodici, come prevede la domanda di indennità per infortunio. Il lavoratore ha chiesto pertanto che gli venisse trovato un lavoro compatibile con il suo stato di salute. Collocato in un´azienda privata con una mansione a lui idonea, vi ha lavorato per undici anni, fino a quando nel luglio 2008 la stessa azienda ha chiuso i battenti e ha mandato a casa tutti i dipendenti.

     

    Da allora, collocato in mobilità, ha lavorato solo un mese come lavoratore estivo. Attualmente questa è la sua situazione: da un lato nessuna azienda gli ha ancora offerto un lavoro compatibile col suo stato di salute; dall´altro non può iscriversi alle liste per l´ingresso nei cantieri integrativi dello Stato, in quanto non possiede il requisito del 55% di invalidità, previsto dalla  normativa. In più, è da tre mesi – cioè da quando ha concluso il periodo di mobilità – che non percepisce alcuna indennità economica. Cosa deve fare questo cittadino per sopravvivere, dato che ha trovato tutte le porte chiuse?

     

    Questa vicenda è estremamente significativa ed emblematica, e testimonia la profonda debolezza del nostro sistema di avviamento al lavoro nel ricollocare persone che, pur avendo un problema fisico, hanno comunque capacità professionali significative, ma alle quali purtroppo non riescono a dare sbocco. Perché non vengono organizzati corsi di riqualificazione mirati per dare a questi lavoratori quelle professionalità che sono richieste dalle aziende? Un lavoratore che, come in questo caso, ha problemi fisici alla schiena, può benissimo essere impiegato al pari di tutti gli altri lavoratori, e con la stessa capacità produttiva, in mansioni che non richiedono un particolare sforzo fisico. Si tratta di fornire a questi lavoratori il bagaglio professionale di cui hanno necessità per essere adeguatamente collocati, svolgendo – da parte degli organi dello stato, dagli Uffici del lavoro al centro di Formazione professionale – un´azione coordinata e integrata.

     

    Oltre a rivendicare un ruolo attivo dello Stato, dobbiamo anche tornare a denunciare come la stessa legge sull´inserimento lavorativo dei lavoratori invalidi del 1991 – la quale stabilisce che ogni azienda per ogni 20 lavoratori deve obbligatoriamente assumere un lavoratore invalido – resti sistematicamente inapplicata. Perché le aziende non rispettano questa legge e perché lo Stato non la fa rispettare? E nei pochi casi in cui in cui la legge è stata applicata, i lavoratori di fatto non sono stati messi nelle condizioni di lavorare, e quindi – non sentendosi adeguatamente valorizzati – sono stati indotti ad interrompere il rapporto di lavoro… Auspichiamo che la storia raccontata da questo cittadino, che vive sulla sua pelle le contraddizioni del nostro sistema occupazionale, spinga le autorità e gli organi pubblici preposti a svolgere un ruolo attivo ed efficace per consentire, con percorsi mirati, la ricollocazione in tempi brevi dei lavoratori con queste problematiche, e le imprese ad assumersi fino in fondo il ruolo sociale che spetta loro.

     

    FULI-CSdL

    Federazione Unitaria Lavoratori Industria