Io so cos’è lo stupro

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“Da Diario di una vecchia checca – Minerva Edizioni

… 30 Novembre 1986 – Sant’Andrea Apostolo Roma

Gli avevo aperto la porta.
Era il fine settimana dei morti, intorno alle otto e mezza di sera di venerdì. Preparavo la cena. Il cane dormiva sul divano. Televisore spento; nello stereo, le canzoni di Piaf. Poi, ha squillato il telefono. Era Giuseppe, dalla cabina telefonica a pochi metri da casa mia. Mi ha implorato di riceverlo e, così, ho ceduto. E l’ho invitato a cena. Volevo parlargli, spiegargli, convincerlo. Quando il campanello ha squillato, meccanicamente ho aperto dal citofono sia il cancello che il portone di casa e sono tornato ai fornelli.

Poi la furia.

Ho sentito solo sbattere la porta d’ingresso e ho visto Giuseppe entrare in sala assieme a due energumeni. Non mi hanno dato il tempo di dire Amen ed hanno cominciato a pestarmi a calci, pugni, testate contro il muro, contro i mobili e a turno hanno abusato di me. Continuando a picchiarmi. Tutti e tre. Probabilmente pieni di cocaina.

Mi parlavo nella mente e mi dicevo non gridare, tanto è inutile.

Mi parlavo da morto e non provavo dolore. Avevo il gusto del sangue sotto la lingua e sentivo come due fiamme ardere ai fianchi. E ancora pugni e calci. E poi mi trascinavano sul pavimento. Ho sentito guaire il mio cane. Probabilmente pestato anche lui.

E il buio. Come se mi fossi addormentato. Come un sonno non sonno.

Mi sono risvegliato domenica pomeriggio, immerso in un mare di piscio, merda, vomito, sangue e Dio sa cos’altro, col mio cane che mi leccava sul viso freneticamente, come per svegliarmi; ero stato in coma, ma Dio non mi ha voluto.

Ho tentato di alzarmi per avvicinarmi al telefono, ma ho un po’ di ossa rotte e non ce l’ho fatta. Strisciando, ho raggiunto l’apparecchio. E, nel torpore della memoria, ho ricordato il numero di Francesco, il medico più discreto e disponibile che abbia conosciuto in questa città chiacchierona. È venuto, mi ha portato nella sua clinica dove abbiamo dichiarato che ero precipitato giù dal cantiere della mia casa di campagna. Gli infermieri si sono guardati negli occhi coi medici: nessuno ci ha creduto. Hanno fatto finta di farlo.

Sono ancora a letto. A casa di Francesco. Ai miei abbiamo detto che ho avuto un piccolo incidente di moto e che è tutto sotto controllo. Sono io che non sono sotto controllo. 

Gli avevo aperto la porta.”

Sì, io so cosa sia uno stupro.

È come un vuoto dell’anima, che ti porti appresso per sempre. Che urla silenziosamente dentro di te ogni volta che si risveglia nella mente, ormai irrimediabilmente ferita. Che riempie certe notti spaventate, quando ti svegli e nessuno nella città parla o guida una macchina. Che ti arde nella testa, come un fuoco senza fiamma, ogni volta che scorgi uno sguardo scomposto. Ogni volta che percepisci un pensiero perverso.

Ogni volta che apprendi di uno stupro. Ogni volta che leggi di bestie che si aggirano per il mondo, assetate di anime da lordare. Di vite da spegnere senza ammazzare…

Bastardi e figli di bastardi. Maledetti loro e l’aria che non gli si ferma in gola, a soffocarli. E più maledetti siano quelli, fra loro, che arrivano in casa nostra a chiedere fratellanza e ospitalità, sapendo che andranno a strappare innocenze all’innocenza, gioie alla gioia, speranze alla speranza. 

Distillo odio, nel Nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, che devonoperdonarmi nella loro estrema Misericordia.

Perché io non so perdonare. E, probabilmente, non voglio saper perdonare.

So solo che spero di poter vedere le acque del Mediterraneo aprirsi per inghiottire altri futuri stupratori; che prego perché la terra si apra sotto i piedi di coloro i quali hanno già sporcato di merda, con la propria perversione, mille vite di donne, bambini e uomini innocenti; che vivo con la certezza che, prima o poi, una rivoluzione ci sarà, e che questa feccia verrà ricacciata nel fango dal quale è partita.

… Ci bastavano i nostri.

Fra me e me, senza perdono. Senza pietà.

(Vicino, col cuore, a tutte le vittime degli stupri. Di sempre. Di ovunque.)

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