Iran, tra repressione e diplomazia: Trump rivela richiesta di negoziati ma valuta attacchi informatici. Ong denunciano migliaia di vittime

La crisi in Iran entra in una fase cruciale e contraddittoria, segnata da un lato dalle aperture diplomatiche rivendicate dalla Casa Bianca e dall’altro da una repressione interna sempre più sanguinosa. Mentre le proteste antigovernative scuotono la Repubblica Islamica da ormai due settimane, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha reso noto, parlando con i giornalisti a bordo dell’Air Force One, che la leadership iraniana lo avrebbe contattato nella giornata di sabato scorso con l’intenzione di avviare un negoziato. Nonostante questa presunta apertura al dialogo, lo scenario rimane teso: secondo indiscrezioni riportate dal Telegraph e attribuite a funzionari americani, Washington starebbe pianificando attacchi informatici mirati come risposta alla violenza usata da Teheran contro i manifestanti.

Il bilancio delle vittime delle proteste, iniziate nella capitale per ragioni economiche e presto estese a tutto il Paese con rivendicazioni politiche, appare drammatico e difficile da verificare con precisione a causa del blocco delle comunicazioni. L’organizzazione non governativa americana Hrana stima circa 545 morti accertati e oltre 10.700 arresti, ma fonti legate all’opposizione, come l’emittente Iran International, parlano di cifre ben più alte, ipotizzando almeno duemila decessi. La maggior parte delle morti sarebbe stata causata dall’uso di armi da fuoco da parte delle forze di sicurezza nel tentativo di sedare le rivolte.

Sul fronte iraniano, il ministro degli Esteri Abbas Araghchi, intervenendo a una conferenza con gli ambasciatori stranieri, ha delineato la posizione del governo. Il diplomatico ha sottolineato che il Paese non cerca il conflitto bellico, pur essendo pronto ad affrontarlo, e si è detto disponibile a negoziati basati sul rispetto reciproco. Araghchi ha sostenuto che le manifestazioni sono state rese intenzionalmente violente per fornire agli Stati Uniti un pretesto per intervenire, affermando che la situazione è ora sotto il controllo delle autorità. Riguardo al blackout digitale che dura da oltre tre giorni, il ministro ha promesso un ripristino della connessione internet in coordinamento con gli apparati di sicurezza, senza però fornire tempistiche certe. Le autorità di Teheran sostengono inoltre di possedere prove filmate sulla distribuzione di armi ai manifestanti e denunciano interferenze straniere.

Le ripercussioni della crisi si avvertono anche a livello internazionale. Ieri pomeriggio, domenica 11 gennaio, a Los Angeles si è sfiorata la tragedia durante un corteo di solidarietà con il popolo iraniano: un camion ha investito la folla nel quartiere di Westwood. L’autista è stato arrestato e fortunatamente non si registrano feriti gravi. Dalla Cina arriva invece un invito alla moderazione: Pechino, attraverso il portavoce del ministero degli Esteri, ha espresso contrarietà a qualsiasi interferenza esterna, esortando tutte le parti a lavorare per la stabilità della regione. Nel frattempo, Reza Pahlavi, figlio dell’ex scià in esilio, ha lanciato un nuovo appello ai cittadini affinché continuino a occupare le strade.

La situazione resta fluida: se da una parte Trump valuta opzioni concrete a sostegno del movimento di protesta, dall’altra l’Iran minaccia ritorsioni contro Israele e le basi americane in caso di attacco, mantenendo il Medio Oriente in uno stato di massima allerta.