La crisi? Un’occasione per ridisegnare la macchina pubblica….. di Biagio Bossone

Condividi su facebook
Condividi su twitter
Condividi su whatsapp
Condividi su email
Condividi su print
  • Le proposte di Reggini Auto

  • Biagio BossonePassare dalle parole ai fatti è l’imperativo imposto dal sistema economico, se vuol riprendersi. L’obiettivo è condiviso, la congiuntura negativa ha aumentato la consapevolezza di tutti sulla reale portata dei problemi, più sfumata appare tuttavia la strategia per risolverli. Per questo Tribuna mette a disposizione del sistema uno strumento operativo che vorrebbe avere un effetto benefico, proponendo con frequenza quindicinale l’analisi economica di Biagio Bossone, già Presidente di Banca Centrale di San Marino, Direttore Esecutivo del Gruppo Banca Mondiale e membro del consiglio direttivo del Fondo Monetario Internazionale (FMI), consulente dell’Independent Evaluation Office dello stesso FMI ed esperto della High Commission for World Bank Reform. Oggi è consigliere economico di governi e organismi internazionali, e da qualche tempo è consulente di Asset Banca. L’economista offrirà con i suoi affondi uno sguardo prospettico dal respiro internazionale e un punto di vista che possa alimentare Iil dibattito economico in Repubblica.

    ———

    Lunghi anni di crisi economica hanno costretto i governi di molti paesi sotto il peso di un’immensa pressione fiscale. La contrazione delle economie nazionali ha prodotto il collasso delle finanze pubbliche e la caduta degli introiti fiscali è stata rapida, profonda e duratura. Per risposta, i governi hanno stretto la cinghia e imposto più tasse a cittadini e imprese. In diversi paesi – San Marino tra questi – l’intensità dello shock è stata tale che le manovre fiscali non sono servite a tappare le falle.

    A San Marino, il bilancio dello Stato è passato da un surplus del 2–3% del Pil, precedente alla crisi, a un deficit di oltre il 2% degli ultimi anni, nonostante le politiche di contenimento adottate dal governo. Le cosiddette manovre di risanamento finanziario – così pervicacemente perseguite dai governi europei, convinti che l’austerità avrebbe ridato fiducia ai mercati – si sono risolte in un fallimento.

    Adottate contestualmente da molti paesi, per dappiù in condizioni generalizzate di recessione economica, esse si sono risolte in ulteriore caduta dei redditi e, quindi, in deficit e debiti pubblici ancora più elevati. Il pessimismo circa le aspettative di crescita economica, poi, ha fatto il resto e oggi il problema è come rendere sostenibili spese statali in aumento (in particolare quelle per sanità e pensioni) con proventi fiscali strutturalmente in calo. La Repubblica può facilmente riconoscersi in questo scenario. Si pone l’esigenza di dare avvio a politiche di rilancio economico per far uscire le economie dal tunnel dell’austerità, volte a stimolare la domanda interna e a migliorare la competitività esterna delle imprese sammarinesi, nonché a promuovere gli investimenti pubblici.

    Tuttavia, gli interventi per la crescita e il riequilibrio finanziario richiedono anche d’intraprendere un’altra misura, che i governi devono porre in agenda: la revisione della macchina dello Stato. Il rischio derivante dal procrastinare questa misura deve essere chiaro a tutti i cittadini: in assenza di un ridisegno della macchina statale, la spesa inerziale – quella relativa ai diritti acquisiti e ai costi della pubblica amministrazione – finisce per sottrarre risorse agli investimenti e pregiudica la crescita futura.

    Nel caso di San Marino ciò è già nei fatti, come dimostra il progressivo incremento della spesa pubblica corrente, passata dal 2009 a oggi dal 18% a oltre il 21% del Pil, cui corrisponde la contestuale flessione della spesa per investimenti che nello stesso periodo è scesa dal 3,5% all’1,6% del Pil. Come ricorda l’economista francese Jean Pisani-Ferry, vi sono alcune cose essenziali che i governi possono e devono fare al riguardo.

    Innanzitutto, essi devono istituzionalizzare i processi di valutazione dell’efficienza della spesa pubblica. I parlamenti spesso autorizzano programmi di spesa senza valutare se essi ne valgano il relativo costo, e può passare molto tempo prima che gli effetti della spesa siano visibili. Per questa ragione occorre prevedere per legge che l’approvazione di nuovi programmi di spesa e la proroga di programmi già in essere siano vincolate a procedure di valutazione indipendenti che stimino (ex ante) e misurino (ex post) l’efficacia dei programmi sulla base di attente analisi costi-benefici. Un’altra cosa da fare è l’istituzionalizzazione del processo di revisione della spesa, ormai nota come spending review, che non può pensarsi come un esercizio una tantum, ma che deve costituire una prassi amministrativa continua e continuamente affinata di verifica (autonoma) della qualità della spesa.

    Il ciclo di ogni spesa va monitorato da vicino, non solo per commisurare la congruità del costo dei programmi di spesa, ma anche per esaminare le modalità di utilizzo dei fondi pubblici, dal momento in cui sono erogati a quando le corrispondenti prestazioni sono rese.

    E’ attraverso quest’azione incessante di monitoraggio che si individuano sprechi e inefficienze e si verifica la sussistenza di esigenze di razionalizzazione e riqualificazione della spesa e di riorganizzazione dell’attività di gestione della stessa.

    Inoltre, i governi devono attrezzarsi per ridefinire il proprio budget. Come le società private ben sanno, i cambiamenti spesso comportano uscite di danaro prima di generare i risparmi o i miglioramenti voluti. Ciò è dovuto al fatto che i cambiamenti richiedono acquisizione di nuova tecnologia, formazione del personale, sviluppo di nuove funzioni. Spese mirate a questi scopi e specificamente assegnate nel budget costituiscono buoni investimenti. In tale ambito, i governi devono promuovere l’innovazione del settore pubblico. La macchina amministrativa deve rinnovarsi continuamente e deve sapere adottare meccanismi di selezione e diffusione delle innovazioni nei processi di produzione dei servizi pubblici, così come il mercato fa per il settore privato individuando prodotti più competitivi e processi produttivi più efficienti.

    Una pubblica amministrazione deve potere accedere alla conoscenza delle migliori prassi organizzative e amministrative per riuscire a migliorare costantemente la qualità dei suoi servizi. Infine, i cittadini e le imprese devono essere messi in condizione di far sentire la loro voce. Allo Stato devono chiedere che la macchina amministrativa adegui i servizi alle esigenze locali e devono poter poi essere in grado di controllare che ciò effettivamente avvenga.

    Nell’era digitale, essi devono pretendere che lo Stato adotti i migliori standard di efficienza, sicurezza e personalizzazione  E devono altresì esigere che i governi operino in modo trasparente, assicurando accesso pubblico a dati e informazioni e rendendo il proprio operato direttamente osservabile.

    Le misure sopra richiamate sono potenti agenti di cambiamento del ruolo del settore pubblico in un paese moderno. L’alternativa è una spesa pubblica incontrollata e una qualità scadente dei servizi pubblici. Ne conseguono vincoli alla crescita, disaffezione e perdita di legittimità e fiducia dei cittadini nello Stato, e insofferenza verso un fisco che diventa sempre più predatorio.

     Biagio Bossone, La Tribuna