La missione NATO

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  • L’Alleanza Atlantica opera su mandato ONU, attraverso la risoluzione 1244, e garantisce «la piena libertà di movimento all’interno del Kosovo». In pratica rappresenta il distributore di sicurezza di ultima istanza e dopo oltre 20 anni di presenza ininterrotta nel Paese la missione KFOR si è guadagnata la fiducia della popolazione locale. «Cerchiamo di essere il più possibile neutrali» spiega il vicecomandante della missione, il generale Luca Piperni. «La situazione – continua – è calma ma allo stesso tempo fragile: non possiamo escludere una fiammata di nuove violenze eppure stiamo facendo tutto il possibile per evitarlo, mantenendo contatti costanti con tutte le parti, compresi il ministero della Difesa serbo e i rappresentanti delle comunità locali». Gli occhi sono puntati sul 31 ottobre, quando finirà la sospensione del provvedimento voluto dal premier kosovaro Albin Kurti con il quale verranno introdotte targhe nazionali nell’intero Paese, comprese le quattro municipalità a maggioranza serba del nord. A Bruxelles si sta lavorando alacremente per trovare un compromesso, così com’è stato fatto con le carte d’identità kosovare di nuovo conio (la Serbia le accetterà ai check-point), ma nulla è garantito.

     «Abbiamo gli effettivi necessari per garantire la stabilità» assicura Piperni. «In poco tempo cinque reggimenti stazionati fuori dal Paese possono essere dislocati sul campo e abbiamo anche riserve strategiche all’interno del Kosovo». Il generale è restio a dare dei numeri ma, stando a diverse fonti, si tratta in totale di circa 2mila uomini. Da aggiungere ai 3.700 già di stanza. L’effetto ricercato è quello della deterrenza. Lo scorso luglio, quando gli animi si sono scaldati e sono comparse le barricate su nel nord, KFOR non ha nemmeno dovuto alzare un dito: sono state sufficienti un po’ di telefonate e, di fatto, il solo spauracchio di un intervento ha riportato la calma. «La coesistenza tra le varie etnie è molto buona» sottolinea ancora Piperni. «Nel nord è ovviamente più complicata ma in generale le persone normali vorrebbero una maggiore integrazione». Pilota di elicotteri, il suo mandato finirà il 10 ottobre, quando il comando di KFOR tornerà all’Italia dopo la parentesi ungherese — toccherà al generale Restuccia guidare il vapore. «Il Kosovo – chiosa – l’ho visto in lungo e in largo dall’alto quando volavo, nel 2002-2003, e ora posso dire di averlo osservato da ancora più in alto: ci sono stati molti progressi, in questi anni, ma non bastano e dunque la NATO resterà qui fino a quando servirà, per dare tempo alla diplomazia di fare il suo corso».

       Già, il tempo. Vent’anni non sono pochi. Il quartiere generale di KFOR, acquartierato a Film City, gli ex studios cinematografici di Pristina, nel mentre è diventato un paesino. Ci sono bar, ristoranti, negozi e si respira un’aria meno militare, meno severa, delle altre basi sparse nel Paese. Sarà la suggestione, però l’atmosfera da cinema è rimasta e tra i vialetti con le siepi, popolati di gatti e cani più o meno randagi, più o meno adottati, potrebbe tranquillamente sfilare un personaggio scaturito dalla penna di Eric Ambler, che nei Balcani ha ambientato il suo romanzo più bello (La Maschera di Dimitrios), diventato poi anche un film. Più in basso, ai piedi della collina, Pristina-città fa la sua parte e sfoggia un certo ottimismo: automobili nuove, tirate a lustro, caffè alla moda, un bel corso pedonale alberato popolato di sedie e tavolini. Tanti giovani, per strada. I finanziamenti piovono copiosi dall’Unione Europea e si vedono, le infrastrutture crescono, insieme alle palazzine molto ‘middle class’ dei sobborghi e ai palazzoni post-brutalisti del centro — in entrambi i casi tirati su da aziende albanesi.

       «Il Kosovo è genuinamente democratico, con una presenza turca forte eppure pienamente secolare, che aspira ad allinearsi ai valori europei, senz’altro il più occidentale dei Paesi balcanici» nota l’ambasciatore italiano a Pristina Antonello De Riu. «Certo, stiamo parlando di una nazione piccolina, grande quanto l’Abruzzo, ma in questa epoca di forte polarizzazione mi pare un aspetto da non sottovalutare e anzi da coltivare». L’Italia, con il suo grande impegno profuso negli anni alla missione della NATO, ha d’altra parte investito molto nella stabilizzazione del Paese. E forse ha raccolto meno di altri, in termini ad esempio di benefici commerciali: il tedesco, insieme all’inglese, è la lingua straniera più studiata. L’ambasciatore allarga le braccia. Ma resta positivo sul futuro. «Siamo il quinto fornitore in totale, il secondo europeo dopo la Germania; c’è una scuola italiana privata, Don Bosco, molto quotata e da poco abbiamo una lettrice all’università; siamo riusciti ad ottenere il riconoscimento dei crediti per lo studio dell’italiano, così da diventare finalmente competitivi con gli altri: i Balcani restano il nostro uscio di casa, saranno sempre una priorità per tutti i governi che si alternano a Roma».

       Secondo De Riu la convivenza tra le varie etnie in Kosovo «non è potenzialmente problematica» e i guai semmai vengono da fuori, con attori esterni che soffiano sul fuoco, compresa una bella dose di «disinformazione» targata Russia. «I fatti di fine luglio sono stati amplificati fortemente, in realtà qualunque scontro fra tifosi all’ombra di uno stadio di calcio sarebbe stato peggiore» giura De Riu. Che si rammarica per il classico sortilegio patito dai posti difficili: se ne parla solo quando le notizie sono cattive. «Invece noi abbiamo portato ad esibirsi Mahmoud e Dua Lipa, che è di origine kosovara, ed è stato un successo: la nostra strategia è quella di creare legami duraturi sul territorio, anche industriali, in modo da sostenere il Kosovo del futuro. Perché se gli porti via tutti i giovani a questo Paese gli levi il sangue».


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