La notte da incubo del Pd: ora Letta a rischio dimissioni

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  • La parola «dimissioni» inizia a rimbalzare nel Pd, dal momento in cui la seconda proiezione conferma il trend. I numeri non si scostano da quelli della «peggiore sconfitta della nostra storia», quella del 2018 che portò all’abdicazione di Matteo Renzi: intorno al 19 per cento. Con un numero reale di voti che sarà probabilmente inferiore a quello ottenuto da Renzi. E sotto quella soglia minima del 20 che avrebbe garantito al segretario Enrico Letta una linea di difesa.

    Oggi stesso il leader arrivato da Parigi potrebbe annunciare l’addio. E nel suo partito rischia di aprirsi una resa dei conti accelerata e confusa, senza bussola. Perché sulle scelte di fondo e sulla stessa identità da dare al Pd la confusione è profonda, e si contrappongono spinte opposte: quella verso la deriva melenchonian-populista e il ritorno all’alleanza con i Cinque Stelle, che – sia pur dimezzando i voti rispetto alle scorse elezioni – ottengono un risultato quasi analogo a quello dei dem. E quella verso una scelta più chiaramente riformista, che non abdichi subito alla scelta fatta con il sostegno pieno al governo Draghi, tradito proprio da Giuseppe Conte. La dimensione della sconfitta è tale da non consentire quel congelamento della situazione interna che molti dei capi-corrente (da Franceschini a Orlando) avrebbero voluto, per provare a riorganizzare le truppe e a pilotare lo sbocco, cercando un candidato segretario su cui far confluire i propri consensi per continuare a dettare la linea. In pole position, al momento, c’è un solo candidato alla successione: il governatore dell’Emilia Romagna Stefano Bonaccini, che nel 2023 terminerà il suo mandato e nella prossima primavera, al termine delle procedure congressuali, potrebbe istallarsi al Nazareno. «Al momento è il nome più forte in campo», ammettono da più parti. Ma è prevedibile che da qui ad allora esploda uno scontro interno profondissimo sulla linea e sulla stessa identità del Pd, oltre che sulla politica di alleanze.

    A tarda sera è la capogruppo alla Camera Debora Serracchiani a rompere il silenzio del gruppo dirigente e a dare la lettura ufficiale dei primi dati. Cercando di ridimensionare la portata della disfatta politica, e della vittoria «della destra trascinata da Meloni». «È una serata triste – dice -. Ma noi siamo la prima forza di opposizione, e la seconda forza politica del paese, e avremo una grande responsabilità verso il paese e verso l’Europa». Quanto al centrodestra, «ha la maggioranza nel Parlamento, ma non nel paese».

    Letta rimane chiuso nella sua stanza al Nazareno, ad analizzare i dati insieme ai principali dirigenti del Pd. Particolare attenzione a quelli nei collegi: se i Cinque Stelle riuscissero a strapparne alcuni nel profondo sud, i dem potrebbero diventare il terzo gruppo nel prossimo Parlamento. E Conte cercherà di condizionare gli equilibri interni degli ex alleati, contando su una robusta componente interna vogliosa di ricucire i rapporti con l’ex premier e di mettersi in scia al suo chiassoso populismo. «Non riprenderemo mai il dialogo con questo gruppo dirigente del Pd», ha strombazzato Conte in queste settimane. Letta aveva chiuso nettamente le porte all’ex alleato, e i suoi sono stati durissimi: Conte non è solo il killer del governo Draghi, ma si è anche esposto in prese di posizione filo-Putin in sintonia con Salvini ma in netto contrasto con la linea espressa dal Pd. Ora però quel gruppo dirigente potrebbe cambiare.


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