L’assurdo alibi del lockdown se offendi le donne da casa

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  • «E complice anche il lockdown…». Complice anche il lockdown? È innegabile che le restrizioni domestiche abbiano sovvertito in dodici mesi certezze e abitudini che ritenevamo inviolabili. Ma tra il disagio condiviso con milioni di persone e la giustificazione per gesti scellerati, si insinua l’italica propensione a giustificare le proprie mancanze con ragioni di ordine superiore. Si arrampica lungo l’impervio muro del confino casalingo anche il professore universitario Giovanni Gozzini, assurto alle cronache per aver definito pubblicamente una «scrofa» la presidente Fdi Giorgia Meloni. Lo studioso porge ancora una volta le scuse ufficiali alla politica coperta di contumelie e offese sessiste nel corso di una trasmissione sfuggita di mano all’emittente fiorentina Controradio. Ma nell’impianto giustificatorio il professore toscano porge come esimente per tanta volgarità gratuita la percezione alterata di chi parla al pubblico dall’intimità della propria abitazione. «Complice anche il lockdown e il farlo in casa e non a studio, si perde la cognizione di stare parlando in pubblico». Una tesi piuttosto singolare che non gli ha evitato la stangata dell’università di Siena: è stato sospeso dall’incarico per tre mesi senza stipendio. Da un anno la gran parte dell’Italia che lavora si confronta attraverso lo schermo del pc di casa nelle surreali riunioni di lavoro inframmezzate dal «non ti sento», «chi non parla spenga il microfono», «chi è quel bambino che piange?», «questo è Arturo, il mio cagnolone». Ma al di là dei comici fuoriprogramma, il Paese produttivo e operativo ha cercato di colmare le distanze causate al virus a costo di grandi sacrifici nella vita personale e familiare. Draghi si collega via web con i capi di Stato, politici ed esperti vengono intervistati tutti i giorni in remoto davanti alla libreria dello studio, le lezioni scolastiche proseguono in Dad tra mille difficoltà. Nessuno però si è sentito protetto dall’atmosfera familiare e dalle ciabatte che nessuno può inquadrare sotto il tavolo per lasciarsi andare a commenti da codice penale. Lo storico Gozzini, uomo di sinistra, aveva già il vizietto del turpiloquio nelle sua breve parentesi da assessore al comune di Firenze. E non c’era l’intimità domestica a favorire una deriva maleducata col pretesto che il pubblico non era seduto nel suo tinello. Come si sa, le scuse più sincere non necessitano della descrizione del contesto intimo in cui sono state pronunciate. Basta dire mi spiace, non accadrà più. Incolpare il lockdown, e la percezione errata di stare parlando in diretta a una radio e non con tre amici, assume il sapore della beffa dell’irriducibile, l’abiura dovuta ma non sentita. Con la pandemia il computer di casa è diventato una finestra sul mondo e non solo sulla piazza sottostante. Dove insultare una donna in diretta tra le risatine dei conversatori oggi può costare la sospensione dal lavoro.



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