La crisi energetica che sta attraversando l’Europa ha raggiunto un punto di rottura il 22 marzo 2026, quando la Slovenia è diventata il primo Paese dell’Unione Europea a introdurre limitazioni ufficiali al rifornimento di gasolio, fissando tetti di 50 litri al giorno per i privati e 200 litri per imprese e agricoltori. All’origine di questa decisione drastica si trova lo shock geopolitico innescato dall’instabilità nel Golfo Persico e dalla chiusura parziale dello Stretto di Hormuz a seguito del conflitto con l’Iran, un evento che ha tagliato improvvisamente circa il 20% delle forniture globali di petrolio.
La situazione slovena è stata ulteriormente aggravata dal fenomeno del turismo del pieno, poiché i prezzi regolamentati dal governo, rimasti più bassi rispetto a quelli di Italia e Austria, hanno spinto migliaia di automobilisti stranieri a varcare il confine per fare scorta, svuotando rapidamente le riserve locali. Per far fronte all’emergenza logistica e garantire il trasporto di carburante dai depositi centrali alle stazioni di servizio a secco, il governo Golob è stato costretto a mobilitare persino l’esercito.
Questa ondata di instabilità minaccia ora da vicino l’Italia, che pur non avendo ancora introdotto razionamenti ufficiali, vede aumentare la pressione sul proprio sistema energetico a causa della totale dipendenza dalle importazioni di greggio. Se le rotte del Medio Oriente dovessero rimanere bloccate a lungo, le raffinerie italiane sarebbero costrette ad attingere alle riserve strategiche nazionali, che garantiscono un’autonomia di circa novanta giorni. A differenza del modello sloveno, in Italia il prezzo alla pompa non è fisso e l’impennata dei costi internazionali si sta già scaricando sui consumatori; qualora il gasolio superasse la soglia critica dei 2,50 euro al litro, l’esecutivo potrebbe trovarsi obbligato a varare nuovi tagli alle accise o, nello scenario peggiore, a imporre limiti ai prelievi per scongiurare l’accaparramento.
Questo rischio di scarsità colpisce in modo ancora più diretto la Repubblica di San Marino, la cui sicurezza energetica è legata a doppio filo alla rete di approvvigionamento italiana. Sebbene il governo sammarinese abbia cercato di difendersi già dal 20 marzo con un taglio di 0,20 euro sulle imposte d’importazione, tale misura rischia paradossalmente di accelerare l’esaurimento delle scorte locali attirando automobilisti dalle province di Rimini e Pesaro. In un territorio così piccolo, dove la mobilità interna dipende quasi esclusivamente dalla gomma, un eventuale razionamento comporterebbe una paralisi dei servizi essenziali e gravi disagi per migliaia di lavoratori frontalieri, trasformando l’emergenza energetica in una crisi sociale senza precedenti.











