L’ultima balla di M5s: risparmi ridicoli con la vittoria del “Sì”

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  • Lasciamo perdere le giravolte su alleanze, regole interne, rapporto con l’Europa e non consideriamo la sobrietà anti-casta che è stata applicata solo a parole. Ci limitiamo a parlare soltanto dell’azione di governo. E delle tante promesse disattese dal M5s da quando è in maggioranza. Lo spunto per un elenco dei dietrofront grillini ci è fornito dall’attualità. Con la propaganda stellata sul taglio dei parlamentari. O meglio, sul «taglia – poltrone». Presentato da Luigi Di Maio il 2 ottobre del 2018 come «il più grande taglio ai costi della politica mai effettuato nella storia del nostro paese, di mezzo miliardo». In realtà, secondo un approfondimento del luglio scorso curato dall’Osservatorio sui conti pubblici italiani dell’Università Cattolica diretto da Carlo Cottarelli, il risparmio netto ammonterebbe a un cifra di 285 milioni di euro a legislatura. 57 milioni di euro all’anno. Il famoso caffè annuale per ogni cittadino italiano, evocato dallo stesso M5s in riferimento alla riforma costituzionale del 2016. In effetti, il risparmio previsto dalla riforma Renzi-Boschi si aggirava più o meno sulla stessa cifra del taglia-poltrone di oggi. Nessun evento storico, insomma. E infatti il Movimento ha parzialmente corretto il tiro. Così Di Maio il 27 agosto del 2020: «Il risparmio di mezzo miliardo a legislatura è solo una delle motivazioni, a mio avviso l’ultima in ordine di importanza».

    Ancora una volta partono incendiari e fieri e arrivano pompieri. Proprio come accaduto su diversi temi da più di due anni a questa parte, ovvero dall’avvio del governo gialloverde con la Lega a giugno del 2018. Poco prima della fine del Conte uno, il M5s ha sconfessato un dogma intoccabile: il No alla Tav. Sembrava che sull’argomento non ci fossero margini di trattativa. Invece a luglio del 2019 il premier Giuseppe Conte annunciava che la Torino-Lione si sarebbe fatta. Troppo alte le penali per fermare l’opera. Con buona pace dei grillini, che hanno pensato solo a salvare la faccia presentando in Parlamento una mozione per bloccare i cantieri in Piemonte. Documento votato esclusivamente dai parlamentari del M5s. Via libera alla Tav.

    Torniamo indietro a ottobre di due anni fa. Cambia una vocale ma l’evoluzione dei fatti è simile. Anche lo stop al gasdotto Tap in Puglia era una delle bandiere storiche del grillismo. Fino a quando non si sono accorti che sarebbe stato economicamente insostenibile annullare i contratti. Surreali le parole pronunciate da Alessandro Di Battista il 2 aprile del 2017: «Quando andremo al governo, bloccheremo il Tap in due settimane». Dopo un anno e mezzo dal comizio di Dibba, il M5s al governo ha ammesso che era impossibile fermare l’opera.

    E il reddito di cittadinanza? La bandiera delle bandiere. In teoria i Cinque Stelle hanno portato a casa il provvedimento. Ma, a poco più di due anni di distanza, appaiono lunari le immagini di Di Maio che, affacciato al balcone di Palazzo Chigi, annunciava di aver «abolito la povertà». La realtà parla di navigator al palo, percettori del reddito che non si riescono a collocare sul mercato del lavoro, mancetta distribuita a ex brigatisti, pregiudicati, parenti di mafiosi e lavoratori in nero.

    Nel frattempo è ancora in alto mare la trattativa su Autostrade. Dal giorno del crollo del Ponte Morandi di Genova, il 14 agosto del 2018, il mantra del Movimento è stato uno solo: «Revocare le concessioni autostradali ai Benetton». Peccato che l’ipotesi fosse impraticabile. Il 14 luglio scorso i giallorossi hanno sottoscritto un accordo che impegnava la famiglia di Ponzano Veneto a uscire gradualmente da Aspi per favorire l’entrata di Cdp nella società. Ma al momento il confronto tra i Benetton e la Cassa Depositi e Prestiti è in fase di stallo. Restano lontane anni luce le promesse del M5s sulla riconversione e la bonifica dell’Ilva di Taranto. E Conte ha confermato la partecipazione italiana al programma Usa sull’acquisto di caccia F-35. Il contrario di ciò che diceva il M5s.



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