L’ultimo schiaffo di Draghi

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  • Più che il galateo, riguarda la sensibilità politica. Affrontare il tema dell’attuazione del Pnrr con i ministri e i capi-delegazione del governo, sapendo che uno dei partiti che hanno sostenuto Draghi, cioè Forza Italia, non è più rappresentato visto che i suoi ministri (Brunetta, Carfagna e Gelmini) hanno cambiato casacca, dimostra una certa arroganza «tecnica», ma, sopratutto, che lo spirito che dovrebbe guidare questa drammatica fase politica – responsabilità e comunità di intenti – viene predicato a parole ma non nei fatti.

    La questione in sé non è fondamentale, ma il diavolo, come si dice, si nasconde nei dettagli. Di fronte alla notizia che l’agenzia Moody’s ha minacciato di tagliare il rating italiano a spazzatura se non saranno realizzate le riforme previste nel Pnrr, è evidente che un Paese serio avrebbe dovuto offrire all’estero un’immagine di comunanza, di continuità tra il governo di ieri e quello di domani. Invece, nascondendosi dietro la formula «è quello che prevede la legge», i cervelloni di Palazzo Chigi, a corto di fantasia, hanno riunito attorno ad un tavolo per discutere la relazione che sarà trasmessa al prossimo Parlamento sull’attuazione del Pnrr, buona parte dell’opposizione di domani. Nei fatti hanno escluso (a parte la Lega) sia l’unico partito che era nella maggioranza del governo Draghi e lo sarà anche in quella della Meloni, cioè Forza Italia, sia il partito di maggioranza relativa della legislatura che si apre, cioè Fratelli d’Italia. Tre quarti della maggioranza che dovrà attuare il Pnrr nei futuri cinque anni è stata, quindi, tenuta fuori dalla porta. Al punto da far sorgere un sospetto che la Meloni ha subito messo in piazza: «I ritardi del Pnrr sono evidenti e difficili da recuperare. Una mancanza che non dipende da noi, ma che a noi verrà attribuita anche da chi l’ha determinata».

    Ecco perché in un momento così drammatico, per non dire tragico, sarebbe stato interesse dell’attuale governo (e del Paese), un coinvolgimento simbolico in quell’incontro dei rappresentanti dei partiti che dovranno prendere il testimone e condurre in porto il Pnrr in futuro. I giornali si riempiono da giorni di titoli che parlano della continuità tra Draghi e Meloni, si sprecano tante parole sul rapporto di amorosi sensi tra l’attuale premier e il successore, ma nel momento in cui si sarebbe potuto dare un segno tangibile di questo impegno collettivo con un fatto, con un’immagine, c’è chi ha preferito rifugiarsi dietro una «norma». A meno che qualcuno non abbia voluto nascondere di proposito un dato: e cioè che tutto ciò che sul Pnrr si dà per fatto, non lo è affatto. Se è così, non si tratta di un’assenza di sensibilità ma di calcolo politico.
    In tutti e due i casi, però, è stato commesso un errore. Perché invece di nascondere la polvere sotto il tappeto, sarebbe stato meglio, molto meglio, dare il senso di un coinvolgimento sia della maggioranza, sia dell’opposizione del prossimo Parlamento nello sforzo di rispettare gli impegni presi con l’Europa dall’intero Paese.

    Quindi, un’occasione mancata che lascia strascichi e anticipa polemiche future. E la ragione principale è nell’assenza di quel senso della politica di cui spesso i «tecnici» sono carenti. Si tratta di persone di grande competenza nei loro settori, ma che a volte scarseggiano, appunto, di quella particolare competenza, di quella capacità di ragionare politicamente, indispensabile per chi assume incarichi di governo. Un argomento di riflessione innanzitutto per Giorgia Meloni.


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