Masochismo italico (di sinistra)

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  • Oggi che si vota bisognerebbe ricordare un’espressione che va tanto di moda da noi ma solo sul piano verbale: l’interesse generale del Paese. Nell’ultima campagna elettorale questo che dovrebbe essere il fine ultimo della politica è stato dimenticato su un argomento delicato come la politica estera. Un tema su cui dovrebbe esserci una convergenza naturale tra le forze politiche ma che, invece, in una ridda di insinuazioni, congetture, accuse non provate, si è trasformato in una palestra di polemiche che ha dato a livello internazionale l’immagine di un’Italia divisa. Il paradosso è che in realtà, al di là delle parole che lasciano il tempo che trovano, sui fatti il Paese si è dimostrato unito sulla questione più delicata, la guerra in Ucraina. Una larghissima maggioranza, infatti, in questi mesi si è schierata dalla parte di Zelensky e ha permesso al governo Draghi di aderire alle sanzioni e di fornire armi a Kiev.

    Questo, che è il dato essenziale, è stato rimosso nella campagna elettorale. Per speculare la sinistra è andata dietro a voci, rapporti di servizi segreti che addirittura non riguardavano il nostro Paese, evocando ombre per lo più inesistenti. Un gioco al massacro che ha dato modo a diverse personalità internazionali di occuparsi, o addirittura schierarsi, nella competizione elettorale (dal presidente della Commissione Ue al portavoce di Zelensky) rispondendo alle sollecitazioni di un mondo, quello del Pd e dei suoi alleati, che da sempre utilizza un meccanismo perverso: lancia accuse non provate nel dibattito politico per suscitare reazioni dall’estero che si trasformano in vere e proprie interferenze. Ora non si tratta di interventi che incidono sul risultato del voto, anzi, a volte possono dimostrarsi dei boomerang, ma offrono ai nostri alleati l’idea di un’Italia divisa di fronte ad una guerra. Un danno di immagine enorme, quindi, che per di più fa un torto al Paese visto che le imprese e le famiglie italiane per dare solidarietà all’Ucraina ci stanno rimettendo non poco di tasca propria tra caro bollette e inflazione. Siamo al colmo: da una parte siamo penalizzati dalla cosiddetta economia di guerra, dall’altra diamo l’idea sbagliata di non essere uniti nella lealtà agli alleati.

    Un assurdo che imporrebbe una riflessione. È possibile che una guerra diventi argomento di campagna elettorale anche se l’80% del Parlamento ha condiviso le scelte compiute? All’epoca dei «blocchi» c’era uno scontro permanente perché nel nostro Paese c’era chi guardava all’Occidente e i comunisti che avevano una cinghia di trasmissione diretta con l’Urss. E non si scherzava a quei tempi: sulla vicenda degli euromissili si consumò una frattura incolmabile tra socialisti e comunisti che ridisegnò la sinistra italiana. Ma quelli erano fatti, appunto. Da noi, invece, la polemica si fa sulle parole. Si vota tutti insieme per dare armi all’Ucraina, ma poi ci si scontra su un’evocazione della Pace, magari riuscita male. E alla fine tante polemiche servono solo ad offrire al mondo la visione della solita italietta che litiga anche sulle cose serie facendo dimenticare i sacrifici economici a cui ci sottoponiamo per essere leali. È un’idea non solo ingiusta del nostro Paese, ma masochista perché siamo noi stessi a proporla. Un errore figlio di quella malsana visione della competizione politica che antepone meschini calcoli elettorali al tanto citato, quanto disatteso, interesse generale.


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