La crisi nel Golfo Persico non accenna a rallentare. Nella giornata di oggi il teatro bellico si è ulteriormente ampliato con il bombardamento della raffineria kuwaitiana di Mina Al-Ahmadi da parte di velivoli senza pilota iraniani, mentre le forze armate israeliane hanno comunicato l’avvio di una nuova serie di incursioni aeree sulla capitale iraniana, in rappresaglia per il lancio di missili balistici contro il nord dello Stato ebraico.
Il fronte diplomatico europeo
Da Bruxelles, al termine del Consiglio europeo, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha voluto sgombrare il campo da ogni equivoco sulla posizione italiana rispetto allo Stretto di Hormuz. La premier ha precisato che nessuno ipotizza un intervento militare per forzare il blocco navale imposto dall’Iran. L’eventuale contributo italiano alla libertà di navigazione, ha spiegato, andrebbe inquadrato esclusivamente in una fase successiva alla fine delle ostilità e previo accordo con tutte le parti coinvolte. Sulla stessa lunghezza d’onda il presidente francese Emmanuel Macron, che ha escluso qualsiasi partecipazione di Parigi a operazioni di apertura forzata dello stretto.
Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha stimato che per assistere alla conclusione del conflitto saranno necessarie ancora alcune settimane, richiamando una conversazione avuta con il Segretario di Stato americano Marco Rubio. Il titolare della Farnesina ha ribadito che l’Italia non è in guerra e non intende entrarvi, auspicando che sia Washington sia Teheran compiano passi concreti verso la pace. Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha invece sottolineato come la Cina abbia un interesse strategico nella riapertura di Hormuz superiore a quello di quasi ogni altro Paese, ipotizzando una soluzione in ambito Nazioni Unite e avvertendo che il coinvolgimento delle infrastrutture energetiche rappresenta un errore dalle conseguenze pluriennali.
Il fronte militare e le perdite iraniane
Sul campo, le operazioni militari hanno registrato un’ulteriore escalation. Le Guardie Rivoluzionarie hanno confermato l’uccisione del proprio portavoce Ali Mohammad Naini in un raid condotto dalle forze americane e israeliane nelle prime ore dell’alba. Sempre oggi è stato eliminato anche Esmail Ahmadi, da poco nominato alla guida dell’intelligence dei Basij. La Guida Suprema Mojtaba Khamenei, la cui incolumita’ è stata ribadita dall’ambasciatore iraniano a Parigi, ha reagito invitando il proprio apparato di sicurezza a proseguire nel creare insicurezza per i nemici.
Nel sud dell’Iran, un’incursione aerea congiunta israelo-americana ha devastato il porto commerciale di Bandar Lengeh, distruggendo sedici imbarcazioni mercantili e da pesca. Secondo il Wall Street Journal, il Pentagono ha inoltre intensificato le operazioni per ripristinare la navigabilità dello Stretto di Hormuz, impiegando caccia a bassa quota contro le unità navali iraniane ed elicotteri Apache per neutralizzare i droni del regime.
Reazioni internazionali e scenari futuri
Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha pronunciato parole durissime contro Israele durante la preghiera del venerdi’ a Rize, invocando la distruzione dello Stato ebraico e affermando che Tel Aviv pagherà il prezzo per le migliaia di vittime causate. Gli Houthi yemeniti hanno espresso piena solidarietà a Teheran, esortando il mondo arabo e musulmano a unire le forze contro quella che definiscono aggressione sionista-americana. Gli Emirati Arabi Uniti hanno annunciato lo smantellamento di una cellula di cinque persone collegata all’Iran e a Hezbollah, accusata di finanziamento del terrorismo e minacce alla sicurezza nazionale.
Sul versante economico, il conflitto ha superato i 25 miliardi di dollari di costi per i contribuenti statunitensi. I prezzi del greggio, pur calando di oltre il due per cento dopo le dichiarazioni ottimistiche di Netanyahu sui tempi della guerra e le rassicurazioni di Trump sull’esclusione di ulteriori attacchi alle infrastrutture energetiche, si mantengono attorno ai cento dollari al barile. L’amministrazione americana starebbe inoltre valutando l’occupazione o il blocco dell’isola di Kharg per fare pressione su Teheran, un’operazione che richiederebbe almeno un mese di preparazione con il contestuale invio di tremila unità dei Marines nella regione.
I sovrani spagnoli Felipe VI e Letizia hanno nel frattempo cancellato la visita di Stato programmata in Qatar, ennesimo segnale di quanto l’instabilità nella regione stia condizionando anche l’agenda diplomatica dei Paesi non direttamente coinvolti nel conflitto.












