Non scordate il cronista ignoto

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  • «Le notizie vanno date. Sempre». Parole del direttore Enrico Mentana. Parole che qualcuno nella redazione del TgLa7 deve aver trascurato o dimenticato. Altrimenti non si spiega come mai nel servizio di Paola Mascioli dedicato ai cinque giornalisti indebitamente intercettati dalla magistratura mentre lavoravano sul traffico di uomini in Libia vengano citati i nomi di Nancy Porcia, Francesca Mannocchia, Antonio Massari e Claudia Pasquale, ma scompaia invece quello del collega del Giornale Fausto Biloslavo. Una distrazione perlomeno singolare visto che il servizio, andato in onda nell’edizione delle 20.00 di venerdì, riprendeva paro paro un’«esclusiva» del quotidiano Domani in cui si chiariva, invece, come nel quintetto ci fosse anche il collega di questa testata. A voler esser diffidenti verrebbe da pensare che in qualche redazione l’indignazione e la solidarietà per i colleghi siano direttamente proporzionali all’orientamento del servizio realizzato. Scatta in automatico se si tratta di aiutare e sostenere i colleghi distintisi nel difendere le Ong e nel contestare qualsiasi accusa di collusione tra queste e i trafficanti di uomini. Si trasforma in palese ed evidente omissione se a finire sotto la lente dell’autorità giudiziaria è un collega «colpevole» di aver indagato sui rapporti, spesso assai ambigui, intercorsi tra i presunti samaritani del mare e le carogne pronte ad arricchirsi sulla pelle dei migranti. Perché da qualsiasi parte la si voglia guardare questa è l’unica differenza che contraddistingue il lavoro di un Fausto Biloslavo, derubricato a giornalista «ignoto», e quello dei quattro colleghi citati come simboli di un’informazione libera e indipendente. «Pare incredibile – aggiungeva Mentana – che in un’inchiesta – internazionale peraltro – si possano mettere sotto controllo i telefoni di giornalisti non indagati che stanno svolgendo il loro ruolo informativo… La magistratura inquirente non può fare come le pare». Siamo assolutamente d’accordo. Ma pare altrettanto incredibile, aggiungiamo noi, che in una redazione guidata da un direttore ligio al mantra del «dare le notizie» si nasconda qualcuno convinto che solidarietà e indignazione vadano distribuiti ed elargiti con il misurino del politicamente corretto. Anche perché riconoscere dignità giornalistica soltanto a chi la pensa allo stesso modo e negarla, arrivando a cancellarne il nome, a chi fa lo stesso mestiere, ma ha la colpa (o il coraggio?) di andare controcorrente non rientra esattamente nei canoni di questa professione. La spiacevole impressione è insomma quella di non esser davanti ad una banale distrazione, ma ad un atto che sconfina nella censura e, come tale, non fa molto onore alla categoria. Perché se «un magistrato non può fare come gli pare» tantomeno può farlo un giornalista chiamato sempre a rispettare la verità dei fatti.



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