In queste settimane a San Marino si respira tensione, e non è difficile capirne il motivo. C’è un comunicato ufficiale del Dirigente del Tribunale, Giovanni Canzio, nel quale si dà conto di quanto ritenuto emergente dalle indagini in corso in merito a un cosiddetto “piano parallelo”, distinto dalla difesa legittima che chiunque ha diritto di fare in un processo. In quel testo si riporta, secondo la ricostruzione ivi indicata, una strategia che avrebbe puntato a far apparire San Marino, agli occhi esterni, come uno Stato poco affidabile sul rispetto della rule of law e non pienamente democratico, per spingere le autorità verso una trattativa. E viene richiamato anche il tema di pressioni e minacce, nei termini riportati nel comunicato. Non sono parole leggere, e vanno lette nel perimetro degli accertamenti giudiziari ancora in corso. E proprio per questo, a prescindere da come finiranno i processi e da quali responsabilità penali verranno accertate, il tema politico esiste già oggi, se una parte della vicenda è stata giocata sul terreno della reputazione internazionale, allora San Marino è entrato in una tempesta reputazionale, le responsabilità penali le accertano i tribunali, ma l’impatto reputazionale lo misura l’esterno. Lo decide l’opinione pubblica internazionale, lo decidono i mercati, lo decidono i partner, lo decide il tempo.
Su questo, le istituzioni hanno già parlato. Il Congresso di Stato, nelle comunicazioni rese pubbliche, ha definito il quadro di gravità eccezionale, ha richiamato la necessità di proteggere le istituzioni e ha invitato a non trasformare il segreto istruttorio in un’arena mediatica, perché inseguire nomi e dettagli coperti da riserbo rischia solo di fare danni. La Banca Centrale, dal canto suo, in una propria comunicazione, ha contestato alcune ricostruzioni mediatiche e ha precisato tempi e passaggi del procedimento autorizzativo, segnalando un tema che spesso la politica sottovaluta.
C’è anche l’altra faccia, investitori e società coinvolte hanno diffuso una versione molto dettagliata e hanno dichiarato che si tuteleranno anche fuori dai confini. È un loro diritto, ma politicamente cambia tutto quando una vicenda diventa internazionale, San Marino finisce sotto una lente d’ingrandimento che non guarda solo alle sentenze, ma a come funziona il sistema, procedure, trasparenza, tempi, coerenza e possibili conflitti d’interesse. La giustizia farà il suo corso e va rispettata, ma la politica non può cavarsela con “ci pensano i magistrati” e poi stare ferma sperando che il rumore si spenga, anche il silenzio, in una fase così delicata, diventa un messaggio. E oggi, piaccia o no, molti cittadini hanno la sensazione che si stia gestendo più la percezione che la sostanza, minimizzare, rinviare, aspettare che la gente si stanchi.
Alla luce di quanto emerso, serve ridare parola ai cittadini con nuove elezioni politiche. E il prossimo Governo deve aprire una Commissione d’inchiesta consiliare fatta sul serio che lavori su atti e passaggi, e ricostruisca come si sono mosse le strutture, quali procedure hanno retto e quali no, dove ci sono stati punti deboli e quali correttivi servono, così che domani nessuno, dentro o fuori, possa mettere sotto pressione la Repubblica usando la sua reputazione.
Solo dopo aver messo questo primo mattone si capisce davvero il secondo tema, l’Accordo di Associazione con l’Unione Europea.
In più, c’è un fatto che va detto, l’11 febbraio 2026 il Parlamento Europeo ha votato un passaggio, ma non è “la fine”. È un pezzo dell’iter. E raccontarlo come traguardo definitivo rischia di far passare il messaggio che l’esito sia già scritto. No… Non è così che si tratta una scelta che cambia struttura e prospettiva del Paese.
E bisogna essere onesti anche su un altro aspetto, perché qui si rischia di alimentare confusione, parlare di “Europa” oggi non è parlare della vecchia CEE. La CEE era, nella percezione comune, un progetto economico, commercio, mercato, crescita. L’Unione Europea di oggi è un sistema molto più vasto, con una produzione normativa continua e con politiche che negli ultimi anni hanno spaccato i Paesi dentro, immigrazione, confini, asilo, sicurezza, rimpatri. E proprio mentre San Marino discute un accordo di associazione, l’UE sta irrigidendo e riscrivendo pezzi importanti di quelle politiche perché la pressione è forte e il clima politico è polarizzato.
Un micro-Stato non può ragionare come un grande Paese. Ogni ondata normativa pesa di più. Ogni tensione geopolitica pesa di più. Ogni scivolone reputazionale pesa di più.
Per questo, se davvero qualcuno è convinto che questo percorso sia la strada giusta, l’unico modo serio per farlo è uno, mandato popolare chiaro. Un referendum, con una domanda comprensibile, tempi corretti, informazione pulita. Se vince il sì, firmi con la forza del Paese. Se vince il No, ti fermi prima di fare danni. In entrambi i casi, togli ossigeno a chi vuole usare l’Europa come clava o come ostaggio.
Maurizio Tamagnini











