Negli ultimi giorni si chiede ai cittadini di avere fiducia su scelte che vengono definite inevitabili, riguardo all’Accordo di associazione con l’Unione Europea. Si ripete che non ci sono alternative, come di recente scritto nell’opuscolo: fuori da questa strada ci sarebbe solo l’isolamento.
Ma da quando in politica si dice che non esistono alternative?
Una politica di serie A, a mio avviso, deve sempre avere un piano B, non limitarsi a evocare la parola “isolamento”.
Una scelta davvero forte non dovrebbe avere paura di rispondere alle domande più scomode, che invece restano senza risposta. Quali saranno i vantaggi concreti? Quali i costi reali? Dove stanno le rinunce? Dove stanno i compromessi? Non quelli scritti in piccolo, ma quelli che si sentiranno nel tempo.
Ed è proprio questo che confonde e fa arrabbiare: mentre si parla continuamente di disinformazione e di pericoli per l’opinione pubblica, accade qualcosa di strano.
Viene bloccata una proiezione pubblica di un documentario. Formalmente non è un divieto, ma nella pratica l’effetto è quello. Non si entra nel merito e non si discute il contenuto: semplicemente si impedisce che venga visto.
E qui nasce un’altra domanda: se quel contenuto può essere proiettato liberamente fuori dai nostri confini, perché qui no? Perché ciò che altrove viene considerato gestibile, qui diventa improvvisamente un problema?
Si dice che si vuole proteggere la popolazione dalla disinformazione. Ma proteggere non significa decidere al posto delle persone cosa possono vedere. Proteggere dovrebbe voler dire spiegare, chiarire, smontare eventualmente ciò che non convince.
Per chi ultimamente mi legge e mi scrive in privato, facendomi domande o anche solo dicendomi “hai ragione”, io cosa dovrei rispondere? Che va tutto bene? Che il metodo con cui si stanno spiegando queste scelte è impeccabile?
Io credo di no.
Credo che qui serva fermarsi un attimo e ragionare. Perché è da anni che se ne parla, è da anni che si tratta questo accordo, eppure il risultato è sempre lo stesso: poche spiegazioni e sempre più interrogativi.
Un accordo si può costruire in molti modi, soprattutto considerando che finora la Repubblica di San Marino ha operato senza l’Accordo di associazione con l’Unione Europea.
Se metto in fila quello che sta succedendo, a un certo punto viene quasi spontaneo pensarlo: prima l’opuscolo che ti mette davanti “o così o isolamento”. Poi l’accordo spiegato a metà. Poi la storia dei “disinformatori”, detta in modo generico, come se bastasse una parola per chiudere ogni dubbio. E infine il documentario bloccato qui, mentre a pochi chilometri da noi lo stesso contenuto si può vedere.
Ecco, con un modo di fare così non si convince nessuno.
Si crea solo nervosismo, sospetto e divisione.
E allora sì, viene da dirlo con amara ironia: più che portarlo avanti, con un metodo così sembra quasi che si stia facendo di tutto per indebolirlo.
Maurizio Tamagnini











