Bastano poche ore perché un post di cronaca diventi un termometro del malumore. La notizia della disponibilità del Segretario di Stato per gli Affari Esteri, Luca Beccari, ad accogliere altri profughi palestinesi ha raccolto sulla pagina Facebook di GiornaleSM, sempre più la voce del paese, più di cento commenti, in larghissima parte critici, a fronte di poche decine di reazioni positive. Un flusso continuo di messaggi, arrivato nell’arco di cinque giorni, che racconta un Paese inquieto.

Il tema che ricorre con maggiore frequenza non riguarda tanto l’accoglienza in sé, quanto la legittimazione a decidere. Molti utenti contestano che una scelta di questa portata venga annunciata senza un passaggio di consultazione: c’è chi chiede espressamente un referendum, chi ricorda che “nessun politico è il padrone del Paese”, chi invoca nuove elezioni. La percezione diffusa è quella di una decisione calata dall’alto, presentata come volontà collettiva senza esserlo.
Un secondo filone, altrettanto insistente, riguarda la coerenza delle cifre. In parecchi ricordano che inizialmente si era parlato di una trentina di persone e chiedono come mai oggi si parli di ulteriori arrivi. Da qui il timore, ripetuto in decine di interventi, che si tratti soltanto dell’inizio di un processo destinato ad allargarsi, anche attraverso i ricongiungimenti familiari, e che la permanenza definita temporanea possa in realtà rinnovarsi nel tempo.
Il terzo elemento è economico e sociale. Torna in continuazione il riferimento alle famiglie sammarinesi in difficoltà, agli anziani con pensioni minime, ai giovani che non riescono ad accedere alla prima casa per il peso dei mutui. Il ragionamento è sempre lo stesso: prima di assumersi impegni internazionali, si chiede allo Stato di rispondere ai bisogni interni. Non manca chi allarga il discorso ai frontalieri, sostenendo che chi lavora da anni sul Titano contribuendo al sistema produttivo trovi comunque porte chiuse su altri fronti.
Ampio spazio occupa il paragone con la vicina Italia, evocata come esempio negativo in materia di sicurezza e convivenza. Diversi commenti esprimono timori legati all’identità, alla possibile sicurezza con i ricongiungimenti familiari, alla dimensione ridotta della Repubblica e alla capacità di assorbire nuclei percepiti come culturalmente distanti. Alcuni collegano la vicenda all’Accordo di associazione con l’Unione europea, letto come il vero motivo dell’apertura: un prezzo da pagare, secondo questa lettura, per l’avvicinamento a Bruxelles e per questo visto negativamente.
Non tutti gli interventi vanno nella stessa direzione. Una sparuta minoranza (2 o 3 persone tra cui Caterina Morganti ed il solito pasionario Paolo Forcellini) rivendica la tradizione di accoglienza del Titano, ricorda che nel 1950 i residenti erano ventuno mila e oggi superano i trentatremila, e che migliaia di italiani hanno trovato qui ospitalità, lavoro e cittadinanza. Secondo questa posizione, poche decine di persone non possono stravolgere la società sammarinese, purché rispettino regole e leggi. C’è anche chi prova una sintesi: il pericolo non starebbe nei numeri, ma nella gestione, e la soluzione passerebbe da un’accoglienza a tempo determinato, con regole chiare e senza creare situazioni di isolamento.
Al netto dei toni, spesso accesi, il dato politico resta. La discussione ha rapidamente superato il merito umanitario per trasformarsi in un giudizio sull’esecutivo, sulla maggioranza e sul metodo con cui vengono assunte decisioni sensibili. Il commento che riassume meglio l’umore generale è anche il più ricorrente: la richiesta di essere consultati e la totale opposizione alla venuta dei palestinesi. Un avvertimento che, in vista delle prossime scadenze elettorali, difficilmente potrà essere archiviato come semplice sfogo da social.









