Pd-M5s, il governo del tutti contro tutti

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Fino a poco tempo fa si insultavano e assicuravano che non si sarebbero mai alleati. Ora governano, senza pudore

L’auspicio è che tra di loro parlino il meno possibile. Guardando i componenti del governo giallorosso è l’unica cosa che viene in mente. Perché se immaginiamo per un attimo una riunione tra i ministri, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte e il sottosegretario Fraccaro c’è da mettersi le mani nei capelli per la dose di ipocrisia, falsità e revanchismo che potrebbe palesarsi nei loro discorsi.

E non parliamo solo di Conte, costretto adesso a smentire se stesso approvando provvedimenti contrari a quelli del precedente governo da lui guidato e obbligato a digerire gli insulti provenienti dal Pd. E non parliamo neanche solo di Di Maio, che fino a luglio assicurava: “Non voglio avere nulla a che fare con il Pd. Mai col partito di Bibbiano”. Ogni componente governativo ha uno scheletro nell’armadio pubblico della coscienza.

Fraccaro dovrebbe spiegare perché accusava il Pd di essere l’artefice dell’austerity, di essere stato falso per trent’anni sul conflitto di interessi, di tifare per lo spread e di essere a favore delle lobby. Il ministro De Micheli, che oggi ha sponsorizzato Tav, Gronda e negato la revoca delle concessioni autostradali, è la stessa che nel 2014 tuonava contro “la propaganda populista e sfascista dei 5 stelle” che rischia di “trascinare l’Italia nella recessione e riconsegnarla alle turbolenze della peggiore stagione berlusconiana”. Il problema è che adesso governa con questi sfascisti.

Chissà se il ministro grillino dello Sviluppo Economico Stefano Patuanelli si rimangerà quello che pensava nel dicembre scorso sul Pd che “ha lavorato per anni al servizio di lobby, banchieri e privilegiati invece che dei cittadini più bisognosi, dei lavoratori e dei pensionati. Noi con la manovra del popolo stiamo facendo l’esatto contrario: è normale che ora il Pd protesti, è un dimostrazione della sua coerenza politica”.

E il ministro dell’Agricoltura Teresa Bellanova? Oggi si parla tanto delle critiche ricevute sui social per il suo look e per il suo curriculum, ma lei tempo fa non aveva proprio un ottimo rapporto coi pentastellati. Qualche esempio? Nel 2016 invitò all’astensione sul referendum contro le trivellazioni marine e il M5s praticamente ne ha chiesto l’arresto. Dal canto suo, lei considerava il Pd “l’unica alternativa al populismo, perché chi pensa di terremotare il Pd deve avere bene in mente che l’alternativa al Pd è il Movimento Cinquestelle che già sta dimostrando il suo deficit di democrazia, dove si prendono in considerazione i risultati che piacciono al capo e si cancellano quelli che al capo non piacciono”. Nell’ottobre 2018 poi rincarava la dose: “Avevano promesso di fare gli interessi dei cittadini più deboli e hanno fatto gli interessi degli evasori. Parlavano di abolire la povertà e alla fine hanno partorito un condono. La credibilità del M5S é tutta qui”.

E il ministro dell’economia Roberto Gualtieri? Nel settembre 2018 accusò Casalino e il M5s di incompetenza e di voler mettere in pratica pesanti tagli che avrebbero avuto “effetti devastanti sulla scuola, la sanità, i Comuni, la sicurezza degli italiani”.

E ancora: il ministro della Giustizia pentastellato Alfonso Bonafede rettificherà le accuse contro il Pd ai tempi di Mafia Capitale?

La grillina Dadone ritratterà le frasi in cui dava del liberticida al Pd?

Il ministro della Difesa Lorenzo Guerini dovrà invece per forza ammettere di aver sbagliato la sua previsione quando nel dicembre 2018 sosteneva che “il nostro compito è opporci con forza a questo governo e costruire l’alternativa al nazional-populismo di Lega e 5stelle” e che “il M5s dimostra di avere un’idea di democrazia distorta e pericolosa”.

Il ministro del Lavoro Nunzia Catalfo si trova adesso a fare i conti col partito che ha detto no per oltre due anni alla sua proposta di reddito di cittadinanza.

Il ministro Francesco Boccia come spiegherà di stare al governo con un partito che ha fallito al Sud? “È evidente il fallimento politico del M5S quando si parla di Mezzogiorno. Come i ladri che scappano di notte, loro hanno abbandonato i temi rilevanti per le regioni del Sud: dalle questioni ambientali, decarbonizzazione e bonifiche, alle grandi questioni idriche, per non parlare della riduzione delle tasse sul lavoro per i giovani del Mezzogiorno o della totale assenza di politiche su occupazione e sviluppo”, tuonava nel maggio scorso.

Dario Franceschini, finito più volte sotto il fuoco nemico del M5s per la prima gestione del ministero dei Beni culturali, ora si trova appoggiato dallo stesso partito. E anche lui dovrà rettificare la sua previsione. Era il marzo 2018 quando profetizzava: “Non ho mai pensato sia possibile fare un governo con M5s e tantomeno con la destra. Sufficientemente chiaro? Non trovo nemmeno traccia nel Pd di qualcuno che abbia in mente di farlo, quindi sono inutili polemiche o velenosi depistaggi mediatici”.

Alla fine però c’è da scommettere che nessuno smentirà, nessuno chiederà scusa, nessuno si vergognerà. La poltrona è un toccasana e governare è un lavacro che cancella ogni peccato e ogni sentimento d’odio. Il Giornale.it

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