Per l’Italia 2,7 miliardi in più. Ma ora serve un nuovo fisco

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  • Tutti i Paesi partecipanti al G7 finanziario hanno definito l’intesa sulla tassazione globale delle multinazionali «un accordo storico». La prudenza del ministro dell’Economia, Daniele Franco, deve essere interpretata come una manifestazione di sano realismo. L’appuntamento importante sarà il G20 che si svolgerà a Venezia dall’8 all’11 luglio. In quella sede tutti i grandi Paesi, Cina e Russia incluse, dovranno mettere nero su bianco il compromesso raggiunto ieri a Londra.

    Nel frattempo, si può cercare di valutare che cosa potrebbe cambiare per l’Italia in particolare e per Eurolandia in generale. Secondo una recente simulazione dell’Osservatorio fiscale europeo, una global tax al 15% sui profitti delle multinazionali porterebbe al nostro Paese un gettito di 2,7 miliardi di euro (50 miliardi di euro per l’intera Ue). Seppur cospicua la cifra non sposterà gli equilibri del bilancio.

    La digital tax che dall’anno scorso si applica sul 3% del fatturato conseguito dalle aziende che operano sul web, ha portato in cassa 233 milioni di euro, meno della metà dei 700 milioni stimati e molto meno del miliardo e passa che si sperava di ottenere a regime. Insomma, se l’Italia tassasse al 15% i margini di profitto netto delle big tech si assicurerebbe una fonte costante di entrata ma pur sempre limitata.

    Il vero risvolto positivo è quello geopolitico. L’amministrazione Biden, che punta molto su questa intesa in sede G7, ha sospeso i dazi decisi come forma di ritorsione da Trump sulle merci di alcuni Paesi che applicano la web tax, incluso il nostro. Coldiretti ha immediatamente manifestato la propria soddisfazione in quanto la minore imposizione gioverà all’export, tra gli altri, di Parmigiano Reggiano, provolone, mortadella e limoncello. Il made in Italy agroalimentare esportato negli Usa valeva ben 4,5 miliardi nel 2019. E una bilancia commerciale in salute fa bene a tutto il sistema Paese.

    Se l’intesa sulla global tax sarà raggiunta, l’Italia dovrà interrogarsi ulteriormente sul ruolo che intende recitare sullo scacchiere economico internazionale. La pressione fiscale media sulle imprese è al 27,8%, un valore inferiore a competitor come Germania (30%) e Francia (32%), ma ben al di sopra di Olanda (25%), Gran Bretagna (19%) e Irlanda (12,5%). I «bachi» del sistema sono noti (burocrazia, lentezza della giustizia e carenza di infrastrutture) e il Pnrr dovrebbe essere d’aiuto nel superamento delle difficoltà. Ma non si può non evidenziare, come denunciato ieri dalla Cgia di Mestre, come in realtà per le Pmi tali statistiche abbiano un valore simbolico giacché includendo contributi previdenziali e altri balzelli locali, spesso il tax rate per i piccoli si avvicina al 60% per un gettito complessivo di 21,4 miliardi di euro. Senza contare il costo degli oneri burocratici: nel solo mese di giugno lo scadenziario fiscale consta di ben 150 appuntamenti, una giungla nella quale è difficile districarsi.

    Se la tassa globale sulle multinazionali diventasse realtà, converrebbe spostare una sede operativa nel nostro Paese? La risposta, a oggi, non potrebbe che essere negativa. L’esempio più eclatante è recentissimo: pochi giorni fa l’americana Etsy ha acquistato per 1,6 miliardi di dollari Depop, una startup nata in Italia e trasferitasi a Londra per continuare il proprio percorso di crescita. Come dice Marzullo, basta farsi una domanda e darsi una risposta.


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