Ci sono storie che non dovrebbero essere mai più raccontate, né affidate alla memoria degli uomini, ma lasciate sepolte sotto strati di silenzio, come ossa dimenticate sotto la terra.
Storie che, se evocate, tornerebbero nuovamente a respirare.
Eppure non è questo il caso, perché alcune leggende non chiedono oblio: ma chiedono soltanto ascolto.
Sulla strada panoramica del Monte San Bartolo, tra Casteldimezzo e Gabicce Monte, sorgeva una casa che tutti conoscevano e che nessuno osava davvero andare a visitarla.
La chiamavano la Pagoda Maledetta, o più semplicemente la Casa dei Tre Tetti, per quei tre ordini di coperture sovrapposte che la facevano sembrare così estranea al paesaggio, come un corpo estraneo nel luogo sbagliato.
Non era una rovina qualunque: era un nodo di paure, un punto dove il tempo sembrava essersi spezzato.
Già nel Seicento, secondo degli antichi racconti tramandati oralmente, al suo interno si sarebbe consumata una tragedia indicibile: un bambino, appena nato, venne strangolato e murato vivo.
Il suo corpo non avrebbe mai ricevuto una sepoltura cristiana, ma sarebbe rimasto lì, inglobato nei muri, nascosto dietro ad uno strato di cemento e di vergogna.
Da allora, si diceva, la casa non aveva mai più conosciuto quiete.
Nel corso dei secoli, cambiò più volte proprietari e destinazione, ma ogni tentativo di “normalizzare” quel luogo maledetto fallì.
Chi vi abitava parlava di presenze, di un’inquietudine costante, di un senso di oppressione che non lasciava mai tregua.
Alcuni raccontavano di rumori notturni, altri di pianti soffocati e di grida, come di un bambino che non riuscisse più a respirare.
Non mancavano dei riferimenti a fenomeni inspiegabili: porte che si chiudevano da sole sbattendo, improvvisi sbalzi di temperatura, ombre che attraversavano le stanze senza lasciare nessuna traccia.
La leggenda, però, divenne cronaca quando una giovane medium, appena quindicenne, fu condotta nella casa.
Non era una suggestione per curiosi, ma un tentativo disperato di dare un senso a ciò che da tempo agitava gli abitanti della zona.
La ragazza, entrata nell’edificio, avrebbe iniziato a manifestare uno stato di profonda alterazione: tremori, pianto e frasi sconnesse.
Parlava di un bambino che chiedeva aiuto, di una morte violenta, di mani strette alla gola.
Fu allora che accadde l’episodio più sconvolgente.
Su una parete interna, coperta da intonaco e cemento, comparve lentamente l’immagine di un volto: quello di un bambino con la bocca spalancata, la lingua visibile, gli occhi dilatati in un’espressione di puro terrore.
Non un disegno, non un graffio, ma una sorta di impronta umida, come se il volto fosse riemerso dall’interno del muro stesso.
Secondo i presenti, l’immagine apparve e scomparve più volte, accompagnata da un improvviso calo della temperatura e da un silenzio innaturale.
La medium parlò chiaramente: il bambino non cercava vendetta, ma soltanto pace.
Era rimasto imprigionato perché nessuno aveva mai riconosciuto la sua esistenza, perché la sua morte era stata cancellata dalla memoria degli uomini.
La medium disse che il suo spirito era legato a quel luogo, al punto preciso in cui il corpo era stato nascosto murandolo vivo, e che solo il ricordo avrebbe potuto spezzare quella condanna.
Dopo quell’episodio, la fama della Pagoda Maledetta crebbe.
Alcuni tentarono di spiegare razionalmente l’accaduto, parlando di umidità, di suggestione e di autosuggestione collettiva.
Ma chi aveva visto quel volto sul muro sapeva che non si trattava di una semplice macchia, o di semplice suggestione.
Era un richiamo, un segno lasciato da qualcosa che non voleva più restare nascosto e sepolto.
Con il tempo la casa fu abbandonata, poi modificata, infine privata della sua funzione originaria.
Eppure la leggenda non si dissolse mai del tutto.
Ancora oggi, chi percorre quel tratto della panoramica del San Bartolo avverte una strana inquietudine.
Il vento sembra cambiare direzione e il silenzio farsi più pesante.
Come se la casa, anche trasformata, continuasse a custodire il suo segreto più recondito.
Perché ci sono luoghi che non dimenticano.
E anime che, anche se private della terra e del loro nome, restano sospese.
La Pagoda Maledetta non era soltanto una casa: era una ferita aperta nella memoria, un monito.
E forse raccontarla non serve a risvegliare l’orrore, ma a concedere finalmente pace a chi, da secoli, continua a bussare dall’altra parte del muro chiedendo aiuto.