In queste settimane si parla di cambiare l’impostazione della pianificazione del territorio. Se ne può discutere, ma la domanda è semplice, cosa cambia da domani per chi deve fare una pratica? Chi ristruttura, investe, compra o apre un’attività deve sapere subito cosa è permesso, cosa no e in quanto tempo.
Per capirci in modo semplice, la differenza tra PRG e pianificazione strategica o sistemica è questa. Il PRG è lo strumento che mette nero su bianco le regole. Zona per zona stabilisce destinazioni d’uso, parametri e condizioni e consente quindi un’applicazione chiara e verificabile. La pianificazione strategica o sistemica, invece, lavora soprattutto su obiettivi, priorità e indirizzi. Può essere utile come cornice, perché aiuta a definire dove si vuole andare, ma se resta su quel livello e rimanda la parte operativa il rischio è sempre lo stesso: aumentano le interpretazioni e diminuisce la prevedibilità.
Se lo strumento resta soprattutto “di indirizzo” e le regole vincolanti arrivano dopo, si apre una fase in cui è difficile dare risposte uguali e immediate. Le pratiche possono allungarsi, i tecnici si trovano a lavorare su casi interpretativi, gli uffici rischiano di gestire più contestazioni e, nel dubbio, chi deve decidere tende a rimandare.
In un territorio piccolo si sente subito, perché ogni scelta si riflette in fretta su viabilità, servizi, paesaggio, sicurezza e anche sul valore degli immobili. È qui che spesso si fa confusione: si mette sullo stesso piano “indirizzo” e “norma”. Un indirizzo orienta, ma può cambiare; una norma tutela, perché vale oggi e vale domani e permette alle persone di programmare. Quindi la domanda è semplice, stiamo andando verso più tutela o verso più interpretazione?
Da qui discende tutto. Se la riforma porta in tempi rapidi a regole chiare e applicabili, con elaborati comprensibili e una gestione uniforme, allora può essere un passo utile. Se invece allunga il periodo di passaggio e lascia spazio a letture diverse, è normale che aumentino dubbi e rinvii, è un meccanismo che si ripete ogni volta che le regole non sono ancora definite.
Per questo serve un’impostazione semplice, completa e verificabile. La strategia può avere senso come cornice, ma non può sostituire lo strumento che dà certezze quotidiane. In pratica significa una cosa, qualunque percorso si scelga deve portare rapidamente a un PRG operativo, con regole leggibili, parametri misurabili, cartografie consultabili e un regime transitorio scritto in modo chiaro. La fase di transizione è sempre il punto più delicato, perché se le regole “valgono a metà” o cambiano mentre le persone decidono, l’effetto è un blocco generale e un aumento del contenzioso potenziale. Per evitarlo servono passaggi definiti e garanzie di coerenza.
Un PRG aggiornato non deve essere la replica del passato. Deve essere uno strumento moderno, ma moderno nel senso più concreto, basato su dati, sicurezza e interesse pubblico, con scelte coerenti e leggibili. In un micro-territorio la priorità è governare bene l’esistente prima di immaginare nuove espansioni, migliorare la qualità della vita senza creare ulteriore pressione su infrastrutture e servizi, ridurre le aree grigie e rendere più semplice ciò che oggi è complicato.
Primo, consolidare e rendere coerente l’impianto delle zonizzazioni, mettendo al centro la rigenerazione urbana e il recupero dove è possibile e utile. Secondo, tutelare il suolo agricolo e il paesaggio come risorse stabili, evitando che diventino la soluzione più facile quando manca una direzione operativa. Terzo, mettere in sicurezza versanti e aree fragili con criteri tecnici, perché la sicurezza non si tratta e non si rinvia. Quarto, intervenire sulle aree degradate o instabili con programmi di recupero e bonifica, dove necessario, con obiettivi misurabili. Quinto, gestire in modo responsabile i diritti acquisiti, con regole trasparenti e soluzioni praticabili, soprattutto dove esistono condizioni di rischio o fragilità, prevedendo strumenti equilibrati e alternative compatibili con la tutela pubblica.
La competenza tecnica deve essere il pilastro, ma la chiarezza deve essere l’obiettivo. Serve un percorso pubblico, con documenti accessibili e una sequenza comprensibile. Cosa vale da subito. Cosa entra in vigore dopo. Come funziona la transizione. Quali sono le garanzie di coerenza e uniformità. Su queste domande, risposte puntuali aiutano a rendere il confronto serio e utile.
Se queste risposte arrivano in modo chiaro, il dibattito può diventare finalmente costruttivo e orientato ai risultati. Se invece restano incomplete, il Paese rischia di restare fermo, con costi reali che si scaricano su famiglie, imprese e lavoro. Sul territorio i rallentamenti si pagano sempre. Per questo la richiesta è semplice e ragionevole: meno teoria e più regole operative, meno interpretazione e più tutela, con tempi chiari e strumenti che si possano applicare senza incertezze.
Maurizio Tamagnini











