Pianti e niqab dati alle fiamme. Manbij sconfigge l’inferno dell’Isis

Schermata 2016-08-13 alle 11.14.47Forze curde e arabe hanno stanato i jihadisti. Gli abitanti festeggiano in strada.

Due anni sono passati da che Manbij è caduta nella morsa jihadista del sedicente Stato islamico.

Due anni in cui la città a nord della Siria, non lontana dal confine con la Turchia, ha subito le angherie e la “legge” degli uomini del Califfo.

Ci sono voluti 73 giorni di combattimenti e il sostegno dall’alto degli Stati Uniti e degli aerei della coalizione internazionale perché tutto ciò avesse fine, perché Manbij potesse tornare a respirare un’aria ripulita dal terrore del jihad, finalmente liberata dalla coalizione del Fronte democratico siriano, un comando che riunisce le milizie curde e gruppi combattenti arabi siriani.

L’hanno chiamata operazione Abu Leyla, dal nome di un martire della città, un uomo che aveva imbracciato le armi con l’Esercito siriano libero e aveva poi perso la vita fuori dal suo paese d’origine, centrato da un cecchino dell’Isis durante l’offensiva iniziata a giugno per riconquistare Manbij.

Sono le immagini dell’emittente locale Kurdistan 24 a raccontare le prime ore della città dopo la liberazione. Un sottofondo comprensibilmente trionfale accompagna le immagini dei guerriglieri che abbracciano gli abitanti della città.

Le donne si strappano il niqab di dosso: c’è chi lo brucia, chi si accontenta di sollevarlo un po’ e di fumarsi la sigaretta che non si era potuta accendere negli ultimi due anni. Gli uomini si affrettano a tagliarsi la barba, come a dire che loro con i jihadisti non hanno nulla a che fare e che sono ben contenti che abbiano finalmente abbandonato le loro terre.

Festeggiamenti che, tuttavia, non possono nascondere lo stato di devastazione in cui si trova la città, che ha dovuto molto soffrire prima di essere liberata dalle milizie nella loro marcia verso ovest, che le ha portate oltre il corso dell’Eufrate.