Mentre la Repubblica di San Marino si prepara ad accogliere un contingente di trenta profughi palestinesi provenienti da Gaza, un’analisi pubblicata su “Il Giornale” nei giorni scorsi accende un faro sul complesso tema dell’integrazione e dell’identità culturale. Le riflessioni, contenute nel nuovo libro di monsignor Giovanni D’Ercole, vescovo emerito con una recente esperienza monastica in Marocco, offrono una prospettiva destinata a far discutere, diventando di strettissima attualità anche per il Titano.
L’alto prelato, nel suo saggio “Il leone che è agnello”, non usa mezzi termini e mette in guardia da un approccio che ritiene controproducente. A suo avviso, il vero ostacolo a un dialogo proficuo non è l’Islam in sé, ma la fragilità identitaria dell’Occidente. “Una difficoltà da ben considerare per il dialogo – scrive nel suo libro come riportato da “Il Giornale” – è l’indebolimento della fede in quelle persone e comunità che, per falso spirito ecumenico o inutile buonismo, rinunciano alla propria identità”. Secondo D’Ercole, questo atteggiamento porta a un’inevitabile irrilevanza spirituale, proprio mentre religioni con un’identità forte e definita, come quella islamica, si radicano nel tessuto sociale europeo.
Il vescovo articola un pensiero preciso: il pericolo non risiede nella religione musulmana in quanto tale, ma nella reazione di una cristianità che si percepisce debole. “Se l’Islam non costituisce un pericolo di per sé, come secoli di convivenza dimostrano, può diventare occasione di pericolo quando i cristiani abbandonano o rendono evanescente la propria fede e la propria appartenenza ecclesiale”, afferma il presule nel testo. Critica aspramente la tendenza a rimuovere i simboli della tradizione cristiana, come il crocifisso o il presepe, nella convinzione che ciò favorisca l’integrazione. Per D’Ercole, questo approccio ha un effetto opposto: “ha finito per farci abbandonare la nostra stessa fede e cultura. Tutto ciò ha dato ai credenti dell’Islam l’idea che noi cristiani non siamo più veri credenti e, quindi, siamo persone da convertire”.
L’analisi del vescovo, basata sulla sua esperienza diretta in un paese a maggioranza musulmana, si spinge a ipotizzare le conseguenze sociali di un’accoglienza priva di una solida base identitaria da parte della comunità ospitante. Le sue parole, riportate da “Il Giornale”, sono un monito esplicito: “Aprire alla religione islamica comporta inevitabilmente esporsi all’edificazione di una società islamica, o comunque di enclave, come già capita in Francia, nel Regno Unito e in Svezia”. Descrive la nascita di comunità autoreferenziali che non si integrano e seguono le proprie leggi, come la Shari’a, anziché quelle del Paese ospitante.
In un momento storico in cui la Repubblica del Titano si apre a un importante gesto di accoglienza umanitaria, le parole di monsignor D’Ercole, che rievocano posizioni che furono del cardinale Giacomo Biffi, forniscono una prospettiva di grande impatto, destinata ad alimentare il dibattito pubblico sull’equilibrio tra solidarietà, integrazione e salvaguardia della propria identità culturale e religiosa.











