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  • Quando abbiamo capito la fine … di Sergio Pizzolante

    Noi eravamo increduli per quel che succedeva.
    Arresti, retate, suicidi. Suicidi.
    Di Pietro era una star. Una madonna.
    I giornalisti in adorazione.
    Le folle sotto i balconi.
    De Michelis sputacchiato per le calli veneziane.
    Tognoli aggredito in aereo.
    Paolo che non poteva girare per Milano senza essere inseguito e insultato.
    Suicidi, uno, due, tre, 10 e più.
    La mattina presto telefonavo agli amici e ai compagni per sapere se fossero ancora liberi.
    Perché le sirene, con i giornalisti appresso, arrivavano alle 5 di mattina.
    Arresti a raffica. Se accusavi i tuoi compagni eri subito libero, se non accusavi nessuno, perché non te la sentivi di accusare senza motivo rimanevi in carcere. Quando scadevano i tempi della carcerazione preventiva subito un’altra imputazione e rimanevi in carcere. Sino a quando non avevi qualcuno da accusare.
    Tortura.
    Andava così.
    Ma noi eravamo increduli. Doveva finire. Sarebbe finita. Non poteva continuare.
    Era un cosa abnorme. E invece no. Continuava.
    Gianni De Michelis mi disse che non sarebbe finita. Che avevano scelto la via giudiziaria.
    La rivoluzione giudiziaria. Falsa. Come Giuda.
    La bomba atomica a Milano. Epicentro.
    Poi le radiazioni si allargarono ovunque.
    Ma il “Cinghialone”, terribile definizione di Feltri, era a Milano. I compagni e gli amici erano lì.
    I famigliari pure. Bisognava colpire i famigliari.
    Feltri disse che il “cinghialone” aveva rubato una famosa fontana milanese. Se l’era portata ad Hammamet disse. La trovarono un po’ di tempo dopo in un magazzino del Comune, in manutenzione. Niente scuse.
    La “reggia” craxiana, di Hammamet, con i rubinetti d’oro. Ci sono stato più volte, ci ho dormito, giravo i bagni, i rubinetti d’oro non c’erano, alcuni non funzionavano. Niente scuse.
    Luciano Violante, l’artefice della via giudiziaria al potere, disse che la famiglia Craxi, Paolo compreso, aveva i connotati delle famiglie di stile sudamericano. Trafficanti.
    Niente scuse. Nemmeno quando si è pentito.
    Sarebbe finita, pensavamo, doveva finire. No.
    Amorese di Lodi si ammazza.
    Sergio Moroni si ammazza: “quando la voce è flebile non resta che un gesto”. Disse.
    Clima infame. Disse Bettino. Piangendo l’amico.
    Sarebbe finita pensavano.
    Invece un giorno il Corriere, che con Repubblica e Stampa e l’Unita’ suonavano la gran cassa alla madonna di Milano che aveva sostituito la Madonnina, il Corriere titola: sotto inchiesta Tognoli e Pillitteri!
    Non era finita quindi.
    Capimmo che era finita per noi.
    Io capi li, Tognoli, Pillitteri, Milano, Craxi.
    Era finita.
    Un’infania. Avevano distrutto tutto. Usato mezzi atomici. Eravamo a pezzi. Non volevano solo colpirci. Volevano cancellare la memoria per i decenni a venire. Seppellirla nella storia.
    La Gran Milano dei sindaci socialisti. La patria del riformismo. Ci voleva la bomba atomica.
    A Milano erano riformisti anche i comunisti. Miglioristi.
    Occhetto disse che erano stati inquinati dai socialisti. Una cosa così disse.
    Anni dopo sono diventato amico di Paolo.
    Per un periodo ci siamo visti, frequentati, lo andavo a trovare nel suo ufficio disadorno, in un palazzo decadente e decaduto di Milano, scriveva per l’Opinione, articoli sul cinema, la sua grande passione, che quasi nessuno avrebbe letto. Ma lui scriveva. E sorrideva.
    Sorrideva Paolo, sorrideva delle sue e delle nostre disgrazie. Perché lui quello non voleva perderlo. Non toglietemi il sorriso. L’ironia, la battuta intelligente. Noi sorridevamo con lui.
    Di noi.
    Una sera a cena Tognoli, rispondendo, col sorriso, a chi ci accusava di nostalgia, disse: almeno non toglieteci la nostalgia.
    Che nostalgia.
    Ciao Paolo.
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