In Medio Oriente sono attualmente circa 2.500 i militari italiani, distribuiti tra Kuwait, Iraq, Libano, Giordania, Qatar ed Egitto, in un contesto reso ancora più delicato dall’escalation tra Iran, Stati Uniti e Israele. Non sono truppe impegnate in combattimenti diretti, né forze schierate per partecipare alla guerra in corso: il loro compito è diverso, più strutturale, fatto di addestramento, supporto logistico, coordinamento operativo e sorveglianza del territorio con assetti aerei, droni e velivoli da trasporto. Le missioni italiane sul territori, tra cui UNIFIL in Libano, il contingente a Erbil e le operazioni di sorveglianza nel Kuwait, restano formalmente attive, ma le attività non essenziali sono state sospese per ridurre i rischi e concentrare l’attenzione sulla sicurezza del personale; alcune basi italiane, poi, come quella di Ali Al Salem in Kuwait e il contingente a Erbil, sono invece attualmente in allerta massima, con protocolli di protezione rafforzati e operatività limitata alle funzioni indispensabili.
Quanti sono i militari italiani in Medio Oriente e cosa fanno
Come anticipato, la presenza italiana si distribuisce tra Kuwait, Iraq, Libano, Giordania, Qatar ed Egitto, in un sistema articolato che va dal Mediterraneo orientale fino al Golfo Persico. Il nucleo più consistente tra Iraq e Kuwait conta circa mille unità, mentre altri contingenti operano in Libano e negli hub logistici dell’area. In Kuwait, nella base di Ali Al Salem, sono presenti circa 300 militari italiani, in larga parte appartenenti all’Aeronautica. Qui operano droni per la sorveglianza e personale impegnato nel coordinamento delle attività aeree e logistiche della coalizione internazionale. È una funzione tecnica, ma strategica: controllo dello spazio, raccolta di informazioni, supporto ai movimenti.
A Erbil, nel Kurdistan iracheno, il contingente italiano è invece impegnato soprattutto nella formazione delle forze di sicurezza locali, nell’ambito dei programmi di contrasto al terrorismo e di rafforzamento istituzionale. Anche in questo caso si tratta di addestramento, consulenza operativa e supporto tecnico.
In Libano, invece, i militari italiani operano sotto l’egida della missione UNIFIL, lungo la linea di confine meridionale, in un’area che negli ultimi mesi è tornata a essere uno dei punti più sensibili dello scacchiere regionale. La loro funzione è quella di interposizione e monitoraggio, in un equilibrio sempre profondamente fragile.
Le missioni a rischio per i militari italiani dopo l’attacco all’Iran di Usa e Israle
Dopo gli attacchi contro l’Iran e la risposta missilistica che ha interessato diverse basi nel Golfo, le priorità sono ovviamente cambiate. Le missioni restano formalmente operative, ma tutte le attività non indispensabili sono state sospese. Addestramenti, esercitazioni, spostamenti non essenziali sono stati congelati, come anticipato. Il personale nelle basi più esposte è stato trasferito nei bunker nelle fasi più critiche e opera ora sotto protocolli di sicurezza rafforzati: non è prevista, al momento, un’evacuazione, ma l’intero dispositivo si muove in modalità prudenziale, con monitoraggio costante dell’evoluzione militare.
Anche le missioni navali italiane impegnate nella sicurezza marittima, come Operazione Atalanta e Operazione Aspides, continuano le attività di pattugliamento, ma sempre con una revisione delle procedure operative alla luce dell’instabilità crescente lungo le rotte del Mar Rosso e dell’Oceano Indiano nord-occidentale.
Dove si trovano le basi italiane in massima allerta con la guerra in Iran
Le strutture oggi considerate più sensibili sarebbero per ora due: la base di Ali Al Salem in Kuwait e quella di Erbil in Iraq. Qui si concentra la parte più esposta del contingente italiano, rispettivamente circa 300 e 700 militari, entrambi in stato di allerta elevata. Accanto a queste, resta il presidio in Libano nell’ambito di UNIFIL, dove la vicinanza alle aree di influenza di Hezbollah rende il quadro particolarmente delicato. Completano il dispositivo gli hub e le basi di supporto in Giordania, Qatar, Emirati Arabi Uniti e Oman, che assicurano collegamenti logistici e coordinamento.
Nel complesso, la presenza italiana in Medio Oriente non è stata smobilitata né ridimensionata, ma compressa nelle sue funzioni essenziali. È un dispositivo che resta in piedi, ma in assetto di protezione, pronto cioè a riattivare pienamente le proprie attività solo quando il livello di rischio lo consentirà.
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