Questione acqua. Il Titano dipende totalmente, e vergognosamente, dall’Italia.

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L’acqua è un bene prezioso, tanto che nel mondo si parla a ragione di “oro blu”, non essendo una risorsa infinita né tantomeno presente in egual misura ovunque. Lo sanno bene a San Marino, uno dei 17 paesi più a rischio siccità secondo il World Resources Institute, un’organizzazione non profit che si occupa di misurare le risorse naturali globali. San Marino occupa infatti l’11esima posizione ed è l’unico paese europeo tra i quelli a rischio più elevato. La posizione geografica e le limitate dimensioni del suo territorio, praticamente privo di riserve idriche, rendono l’antica Repubblica totalmente o quasi dipendente dall’Italia, da cui attinge più del 90% delle proprie risorse idriche. Il problema è che anche l’Italia non è messa benissimo: il Belpaese occupa la 44esima posizione della graduatoria ed è inserito nella fascia dei paesi ad “elevato rischio idrico”. Non è detto, quindi, che in futuro continui a garantire per San Marino gli attuali livelli di approvvigionamento idrico. Una mancanza di autonomia che dovrebbe far riflettere, invece investimenti in tal senso – nonostante siano stati ipotizzati – non sono mai stati fatti. Lo stesso vale per l’intero ciclo dell’acqua, quindi anche di quelle reflue, dove San Marino non eccelle per virtuosismo, non avendo mai realizzato nemmeno un impianto di depurazione delle stesse, “accontentandosi” di scaricarle nel riminese (attirandosi più di una volta anche le ire degli amministratori locali) e, di fatto, pagando dazio, ovvero tariffe più alte. Anni fa, infatti, si sarebbe dovuto progettare ad esempio il depuratore che avrebbe consentito una volta a regime, di risparmiare circa 2,5 milioni di euro che ogni anno il Titano paga a Hera, per lo smaltimento delle acque reflue, pari a circa 3,2 milioni di metri cubi (dati del 2014), oltre ai circa 2 miliardi delle vecchie lire che San Marino versò per la realizzazione dell’impianto di Santa Giustina. La cosa inspiegabile è che anche ai privati viene preclusa questa strada, spesso per ragioni urbanistiche: diversi sono i progetti di depurazione delle acque reflue presentati, ma nessuno si è ancora concretizzato. In pratica, San Marino compra acqua (e costerà sempre di più) e la scarica, anche in questo caso a caro prezzo. Sempre che – come per i rifiuti – i vicini italiani continuino ad accettarla.

 

DAL MARECCHIA, MA ANCHE HERA E ROMAGNA ACQUE

 

“L’acqua che alimenta i serbatoi e gli acquedotti della Repubblica di San Marino proviene per la quasi totalità dal fiume Marecchia”, si legge sul sito dell’Azienda dei Servizi. Il tutto avviene in base ad accordi con il Ministero dell’Ambiente – all’epoca in regime concessorio – raggiunti comunque non senza difficoltà. “Attraverso un complesso sistema di pompaggio (nell’immagine i lavori di risanamento eseguiti nel 2013 dalla ditta Pu.la.s.) dal fiume Marecchia viene rilanciata verso la Centrale di Potabilizzazione di Galavotto. Qui viene trattata e pompata verso l’Acquedotto di Ca’ Moraccino, da dove prenderà la strada per i serbatoi ubicati sul territorio della Repubblica”, spiega l’AASS. Ma non basta: “Due ulteriori forniture, che incidono in maniera meno rilevante sulla distribuzione, sono i punti di consegna di Ridracoli e dell’HERA di Rimini”. Quindi anche Romagna Acque, che è la partecipata dei Comuni romagnoli, i quali, come detto, guardano sempre più di traverso i vicini sammarinesi, considerati – per pregiudizio ma nemmeno troppo – un po’ spreconi. Di certo non lungimiranti, visto che non hanno mai investito su impianti alternativi.

 

IL PROGETTO “H20” DI DIECI ANNI FA E MAI REALIZZATO

 

Il più famoso investimento mai realizzato è ovviamente il bacino imbrifero, di cui si parla dagli anni ’70 e che era stato inserito nel progetto “H2O”, oltre dieci anni fa. Esso era “un piano di intervento sulle risorse idriche secondo un approccio integrato volto a conseguire obiettivi di incremento della disponibilità e tutela della qualità del prodotto erogato agli utenti”, aveva comunicato la stessa AASS al tempo. “Tale piano dovrà considerare in particolare: accordi con Enti limitrofi per assicurare maggiori forniture nel medio, lungo termine; studio dell’evoluzione dei fabbisogni del Paese; risparmio e conservazione della risorsa; studi sulle risorse idriche sotterranee, superficiali e sulle possibilità di incrementi di invaso ; e. bonifica dagli inquinanti fognari; affinamento delle tecniche di controllo dei flussi idrici immessi in rete e di ricerca delle perdite; miglioramento della qualità del prodotto distribuito”. Già allora l’AASS confermava che “l’acqua è un bene prezioso, ma non viene percepito come tale; esiste uno spreco della risorsa in generale, che si aggiunge al consumo eccessivo soprattutto in momenti di scarsità come l’estate […] In aggiunta, la Repubblica di San Marino non è autosufficente per la fornitura e ha una forte dipendenza dagli approvvigionamenti esterni. Di conseguenza in caso di crisi nel reperimento della risorsa nelle fonti di approvvigionamento il gestore della rete idrica rischia di non essere in grado di assicurare un adeguato livello di fornitura a tutti gli utenti”.

 

GLI INVESTIMENTI “GREEN”: RIUTILIZZO E RICICLO

 

Se a distanza di dodici anni dal progetto “H20” il WRI inserisce San Marino tra i paesi più a rischio stress idrico, qualcosa evidentemente non ha funzionato. Occorre quindi un nuovo piano, puntuale, di opere pubbliche ma anche private, i principali attori di questo cambiamento. Ad esempio va aumentata l’efficienza agricola: esistono semi che richiedono meno acqua e tecniche di irrigazione di precisione. Ma servono soprattutto investi in infrastrutture “grigie” e “verdi”: il WRI e la Banca Mondiale rimarcano che le infrastrutture costruite (come tubi e impianti di trattamento) e le infrastrutture verdi (come zone umide e bacini idrici sani) possono lavorare in tandem per affrontare le questioni sia dell’approvvigionamento idrico che della qualità dell’acqua. Poi servono gli impianti speciali per trattare (la tecnologia oggi permette di realizzare impianti anaerobici che possono autoprodurre gas metano), riutilizzare e riciclare le acque reflue, perché da esse si può ricavare una nuova fonte d’acqua, riducendo quindi il volume delle acque captate dall’Italia e allo stesso tempo anche quelle (reflue) riversate di nuovo in Italia. Investimenti virtuosi, per l’ambiente ma anche per il Bilancio dello Stato quindi, che San Marino devo iniziare a fare.

Daniele Bartolucci, Fixing 

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