Rimini. Ex imprenditore: “Le mie aziende divorate dalle banche. Ora per mangiare vado alla Caritas”

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  • mensa-caritas«IL MIO DISSESTO economico culminato in due fallimenti? Colpa di una banca, di Banca Marche. Ero un uomo di successo, adesso sono costretto a mangiare alla Caritas. Molte volte ho pensato anche io di farla finita». La voce trema a Alessandro Recchia, 59enne veneto, residente a Savignano, che fino a due anni fa possedeva un piccolo impero immobiliare nel Riminese con cantieri a Cerasolo, Rimini e Misano e un hotel ristrutturato a Miramare. Assistito dall’avvocato Cristiano Basile, l’uomo ha deciso di raccontare la sua storia.
    «HO APPENA presentato denuncia alla Guardia di Finanza di Rimini – spiega – perchè chiedo che vengano verificate eventuali condotte penali ma soprattutto di acquisire la documentazione relativa ai conti delle società. La mia vita è a pezzi, devo prendere antidepressivi per andare avanti, sono in cura da diversi specialisti. E solo perchè ho commesso l’errore di avere fiducia nel responsabile di una filiale della Banca Marche, con il quale ero diventato amico e che invece mi ha ingannato, facendomi firmare documenti con la scusa di ridurmi il tasso d’interesse dei mutui che avevo in essere con la banca. Ma non avevo la minima idea di cosa fossero quelle carte anche perché non mi è mai stata consegnata la copia, nonostante l’avessi richiesta. Non è riuscita ad averli da Banca Marche neanche una delle mie curatrici fallimentari, come si legge nell’allegato alla denuncia penale». Quei documenti firmati dall’imprenditore altro non erano che titoli derivati ad alto rischio. Recchia, che era socio in due imprese, una edile e una alberghiera, aveva acceso un mutuo negli anni 2008 e 2009 per il finanziamento delle sue ditte per 2 milioni e 550mila euro, nonché un fido di 450mila euro. «Nella primavera del 2009 vengo chiamato dal direttore della filiale che mi prospetta la possibilità di ridurre il tasso di interesse dello 0,5 % – continua l’ex imprenditore –. Così firmo alcuni documenti necessari a espletare la pratica. Nonostante ne avessi chiesto la copia, il responsabile della filiale mi dice che avrebbe conservato tutto lui. E mi fido». Recchia sottoscrisse in varie circostanze i titoli derivati. «Io non avevo mai sentito parlare di swap o derivati – continua – me ne accorsi per caso quando, sul conto dall’home banking, vidi che c’era una strana movimentazione che non avevo effettuato. La nuova direttrice mi spiegò che avevo firmato dei non ben precisati prodotti derivati. E da lì ha avuto inizio il mio calvario. Andai anche a Pesaro, a Banca Marche, diverse volte per tentare di sbloccare la situazione, ma il tutto peggiorò. In forza di quei derivati la banca continuava a trattenermi somme percentuali e io mi ritrovai senza liquidi e non più in grado di far fronte ai miei obblighi. Ed i creditori, la banca per prima, mi assalirono. Così le mie due aziende fallirono e ora non ho più nulla. Mi hanno portato via anche la casa dei miei figli, quella dei miei suoceri , immobili per oltre tre milioni di euro. Sono costretto a chiedere i soldi a mia madre che vive con la pensione minima. Ho pensato di uccidermi molte volte, ora voglio giustizia».

    Resto del Carlino