Si infiamma il dibattito politico in vista del referendum sulla Giustizia, con un botta e risposta durissimo che ha coinvolto i vertici istituzionali e la magistratura. Al centro della tempesta le dichiarazioni del procuratore capo di Napoli, Nicola Gratteri, che in un’intervista ha tracciato un identikit controverso dei sostenitori del “Sì”, scatenando l’ira della maggioranza di governo e l’intervento diretto del Guardasigilli Carlo Nordio.
Il casus belli nasce da una frase pronunciata dal magistrato antimafia, secondo cui a votare a favore della riforma sarebbero “indagati, imputati, massoneria deviata e centri di potere” interessati a indebolire il controllo di legalità, mentre il “No” sarebbe la scelta delle “persone perbene”. Parole che hanno provocato una levata di scudi immediata nel centrodestra. Il Presidente del Senato Ignazio La Russa si è detto “basito”, definendo le affermazioni offensive per milioni di cittadini, mentre il vicepremier Matteo Salvini ha minacciato querela. Anche il Ministro della Giustizia Nordio non ha usato mezzi termini, evocando provocatoriamente la necessità di test psico-attitudinali non solo all’ingresso, ma anche “alla fine della carriera” dei magistrati.
Gratteri ha poi precisato il senso del suo intervento, respingendo le accuse di voler etichettare tutti gli elettori del “Sì” come criminali. Il procuratore ha chiarito di riferirsi a quei “centri di potere che non vogliono essere controllati dalla magistratura”, denunciando una lettura strumentale delle sue parole e ribadendo di non temere minacce o azioni disciplinari, come quella ventilata dal consigliere laico del Csm Enrico Aimi.
La polemica si inserisce in un quadro di tensione più ampio tra governo e toghe. Mentre il Ministro Nordio difende la separazione delle carriere come compimento del processo accusatorio voluto da Vassalli, Giovanni Bachelet, presidente del comitato per il “No”, denuncia un clima di attacco “eversivo” ai singoli magistrati da parte dell’esecutivo. Sullo sfondo resta lo scontro sul Csm e il caso Palamara, con accuse reciproche di protezioni corporative e ingerenze politiche che rendono il clima referendario sempre più incandescente.











