Salvini arruola Letta nel partito della pace

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  • Il premier Mario Draghi riferirà alle Camere sulla guerra in Ucraina il prossimo giovedì 19 maggio. Si può confidare che parli anche di pace proprio come durante l’incontro con il presidente degli Stati Uniti, quando ha ricordato a Joe Biden che Italia e Europa desiderano la pace.

    Il tema politico di mettere fine alla guerra è sempre più diffuso tra gli italiani e alimenta il pressing, almeno verbale, di Giuseppe Conte e Matteo Salvini, che rischia di indebolire l’immagine e l’azione del presidente del consiglio, che pure ha fatto proprie le ragioni della diplomazia e dello stop al conflitto davanti a uno degli uomini più potenti del mondo.

    Conte in sostanza chiede uno stop dopo il terzo invio di armi, che allo stato delle cose sembra più un diktat che una realtà possibile, anche se la speranza è sempre l’ultima a morire. Il leghista Matteo Salvini ripete ciò che sostiene da tempo: «La pace si ottiene col dialogo, con l’ascolto, non con le armi, le bombe e i missili. Chi parla di guerra, di miliardi da spendere in armi non avvicina alla pace». A cambiare registro è anche il segretario del Pd, Enrico Letta, che nelle settimane precedenti aveva già ammorbidito le sue posizioni in favore dell’invio di armi come una delle principali soluzioni del conflitto e che ieri ha riparlato dell’Europa a due velocità e di una «Confederazione pan europea che tenga dentro i 27 Stati membri ma anche i 9 candidati», «accogliendo l’Ucraina da subito, già in ottobre», «in una logica di pace». Paroline magiche, «in una logica di pace», che hanno incantato Salvini: «Finalmente anche Letta parla di pace». Lo spiraglio diventa sempre più una finestra aperta a tentativi di soluzione diplomatica del conflitto.

    Tutti i sondaggi insistono nel dire che la maggioranza degli italiani chiede di fermare la guerra. Dopo le parole di Draghi a Washington, non ci sono solo Conte, Salvini e ora Letta a parlare di «pace». Italexit prepara un flash mob e il segretario nazionale di Si Nicola Fratoianni esprime una posizione che va al di là dei ristretti numeri del suo partito: «Il governo deve venire in Parlamento» e il Parlamento deve poter votare. Al momento l’intervento di Draghi di giovedì prossimo alla Camera e al Senato è previsto come un’informativa, ovvero un intervento del premier che non prevede domande di approfondimento da parte di senatori e deputati.

    Ma Conte ha chiesto ancora una volta «un confronto in Parlamento» e lo ha fatto davanti alla stampa estera, ben consapevole che è il luogo in cui le sue parole possono avere una maggiore eco internazionale, tanto più se pronunciate da un ex premier: «Siamo al terzo decreto, ma l’Italia deve essere in prima linea non per l’invio delle armi ma per una soluzione politica».

    Il clima è caldo proprio per il terzo decreto di invio di armi all’Ucraina, anche perché in punta di diritto, mentre Camera e Senato dovranno votare sull’ingresso di Helsinki nella Nato, che non ha oppositori, non è necessario nessun altro voto fino alla fine del 2022 per ulteriori invii di armi all’Ucraina. Per dare un’idea del contesto, proprio ieri un funzionario Ue dava per scontato il «consenso» su futuri invii di armi, perché «la guerra continuerà a lungo». C’è da lavorare perché non sia così.


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