Assolto con formula piena “dall’accusa di esercizio abusivo della professione giornalistica dopo l’ennesima (mi sembra 11 con questa, ndr) archiviazione conseguente a varie denunce per diffamazione o di reati contro l’onore”. Achille Campagna, difensore di Marco Severini, “padre” di GiornaleSm ieri a processo con l’accusa di “esercizio abusivo della professione giornalistica” (art.385 c.p.), non nasconde soddisfazione. E fin qui appare routine… Ma il legale sammarinese si spinge oltre: “Tutte denunce tese ad imbavagliare l’informazione…”.
“Ci siamo finalmente trovati di fronte ad un giudice di merito -ha concluso- che ha messo la parola fine a queste stupide accuse che ricorrono di quando in quando sul fatto che GiornaleSm e Marco Severini (volontariamente esclusosi dall’Ordine dei Giornalisti, ndr) non possano pubblicare notizie, non possano informare che, al contrario, è una funzione sociale e alla base dell’ordinamento democratico”.
Tutto è bene quel che finisce bene… Ma, in questa vicenda aperta nel lontano 2017, di bene sembra esserci ben poco. A cominciare dalla denuncia depositata -all’epoca- da da un politico non di ultimo piano: Rossano Fabbri, di area socialista, contro lo stesso Severini, ipotizzando il reato di diffamazione (art.183 c.p.) -poi archiviato nel 2019 dal giudice inquirente Simon Luca Morsiani– e esercizio abusivo della professione giornalistica, per il quale lo stesso Pm aveva disposto l’archiviazione trovando, però, l’opposizione di Giorgia Ugolini, poi Procuratore del Fisco nel procedimento dibattimentale conseguente.
La vicenda, quindi, che poteva chiudersi già nel 2019, oltre tre anni fa, si è protratta -causa anche un rinvio disposto nel 2021 dall’allora giudice incaricato Roberto Battaglino– fino a ieri, con la dispersione di fondi pubblici e risorse umane che potevano essere impiegate per velocizzare giudizi ben più, penalmente, rilevanti. Del resto, la giurisprudenza consolidata -sia in Italia, che sul Titano, nonché nelle deliberazioni Cedu- non lascia adito a diverse interpretazioni: “…In un ordinamento democratico è non privilegio o capacità derivante da una selettiva specifica abilitazione tecnico-professionale, ma valore essenziale e diritto fondamentale di ciascuno la libertà di espressione (art.6 comma primo, Dichiarazione dei Diritti), da sempre nel mondo moderno nei paesi liberi considerata la prima delle libertà”.
Serviva un procedimento lungo oltre 5 anni per recepire questo principio basilare della democrazia, perdipiù nella più Antica Repubblica del mondo? All’apparenza no… Ma qui entra in gioco il potere legislativo. Infatti, questa ennesima sentenza in materia impone un’urgente modifica dell’art.385 del Codice Penale sammarinese, che escluda in maniera chiara l’opera di informazione ed espressione dalla limitazione in esso imposta.
Ma torniamo al processo concluso ieri. Lavori dibattimentali ai quali non ho assistito, ma che ascoltando le dichiarazioni del legale difensore, successive all’assoluzione, mi hanno suscitato un pesante dubbio. Ben inteso, si tratta di una impressione personale, nulla più, peraltro basata su ricostruzioni indirette. Ma l’impressione mi appare per certi versi inquietante sulla gestione di certi poteri in ambito di giustizia. Mi spiego meglio: quando l’udienza è iniziata mancava si e no un “rinvio” alla prescrizione del reato contestato a Severini. Ma mentre la difesa sembrava far di tutto per giungere a sentenza prima dell’intervento della prescrizione, il Procuratore del Fisco Ugolini (o dovrei chiamarla Procuratrice del Fisco?, in tal caso mi perdonerete) è sembrato fare “melina”. Vista l’imminenza della prescrizione, “Severini ha rinunciato alle eccezioni procedurali che avrebbero portato al riconoscimento di nullità evidenti -ha spiegato l’Avv.Campagna- mentre la Procura Fiscale cercava di far valere quelle nullità procedurali”. “E’ la prima volta nella storia della mia carriera che mi accade questo”, ha rincarato lo stesso legale difensore.
Se ciò fosse successo realmente -e non ho motivo di dubitarne vista la fonte- saremmo quasi di fronte ad un paradosso: l’impressione che l’accusa, in un processo, cercasse di dilatare i tempi nonostante l’imminenza della prescrizione, quindi apparentemente per non giungere a sentenza di merito; mentre la difesa e l’imputato cercassero di accelerare per arrivare al pronunciamento di merito. Non ricordo neppure io un dibattimento a cui ho assistito dove ho avuto una simile impressione…
Ho definito ciò, per certi versi, inquietante. E vi spiego perchè. Ogni dibattimento, ogni processo ha un fine preciso: la ricostruzione dei fatti e la sentenza. Talvolta, in casi in cui sentenze avverse all’imputato apparivano alquanto probabili e fondate, la prescrizione poteva divenire una strategia delle difese. Una strategia, questa delle difese, “meschina” ma per certi versi “comprensibile” (non moralmente giustificabile, ma comprensibile). Ma intollerabile, contraria al ruolo della stessa istituzione, se operata da chi, con il suo incarico, ha come priorità la ricerca della verità processuale, che sia questa a vantaggio o svantaggio dell’imputato. Vi immaginate un Pm che, durante le indagini, occultasse le prove a favore dell’imputato e contro la tesi accusatoria che persegue e intende dimostrare? Farebbe un servizio alla verità e alla giustizia? O renderebbe la stessa giustizia ingiusta?
Certo, il caso specifico di cui parliamo è diverso. Ma se le neppure troppo velate accuse snocciolate dall’Avv.Campagna trovassero conferma nei fatti e, magari, anche nei possibili intenti di evitare una sentenza “non gradita” -che potrebbero motivare l’azione- alla Procura Fiscale, siamo sicuri che tutti in quel procedimento abbiano fatto un ottimo servizio alla Giustizia e al Diritto?
Enrico Lazzari