Il 6 febbraio il Comitato dei Capi Famiglia sarà ascoltato dal Collegio dei Garanti sulla richiesta di referendum: in gioco non c’è una procedura, ma il diritto dei cittadini di decidere il proprio futuro
Quando a Bruxelles Mario Draghi afferma che «l’ordine globale è defunto», non sta facendo filosofia.
Sta descrivendo un fatto.
E a dirlo è uno degli uomini che quell’ordine lo ha costruito e difeso per anni.
Se persino uno dei suoi architetti ne certifica la fine, ignorarlo non è ottimismo.
È irresponsabilità.
Alla diagnosi, Draghi affianca anche una cura: di fronte al caos globale, sostiene che servano strutture più forti, più integrate, di tipo federale.
È una posizione coerente con la sua visione.
Ma non è neutra.
Perché una federazione implica una cessione stabile di sovranità.
E ciò che può apparire una soluzione per grandi Stati o blocchi continentali non può essere automaticamente concepito come tale per uno Stato sovrano e indipendente come San Marino.
L’Europa promessa all’inizio del XXI secolo mostra oggi tutti i suoi limiti.
Le regole contano sempre meno.
Il commercio è diventato uno strumento di pressione.
L’energia un’arma geopolitica.
La tecnologia un fattore di controllo.
Non è un rischio futuro.
È il presente.
Le grandi potenze difendono i propri interessi senza più mediazioni.
Le alleanze sono sempre più condizionate.
Gli equilibri economici e politici cambiano rapidamente, spesso senza preavviso.
In questo scenario, chi è piccolo deve essere più attento degli altri.
Chi è sovrano non può permettersi decisioni prese al buio.
San Marino non è una periferia.
È una Repubblica indipendente.
E la sua forza storica si basa su una scelta precisa: prudenza, partecipazione, sovranità.
Per questo la questione non è ideologica.
È istituzionale.
Il 6 febbraio il Comitato dei Capi Famiglia avrà udienza davanti al Collegio dei Garanti, chiamato a esaminare e discutere l’ammissibilità della richiesta di referendum.
Non è una decisione politica.
È un confronto giuridico e costituzionale di grande rilievo.
(La decisione del Collegio arriverà entro i venti giorni successivi all’udienza.)
Il significato di quell’udienza, però, va oltre l’aspetto tecnico.
Perché in gioco non c’è solo una procedura.
C’è un principio: chi decide per San Marino.
In questi giorni, molte famiglie hanno ricevuto un opuscolo informativo sull’associazione di San Marino all’Unione Europea.
Un testo che rassicura, semplifica, promette continuità.
Ma che, a una lettura attenta, lascia fuori proprio ciò che conta.
Si parla di opportunità.
Si sfiorano i benefici.
Ma i cambiamenti reali, quelli che incidono sulle leggi, sulle competenze e sull’autonomia decisionale, restano sullo sfondo, invisibili.
È come chiedere fiducia mostrando solo la copertina, non il contratto.
Come invitare a firmare spiegando i vantaggi, ma non le clausole che vincolano per decenni.
Questa non è informazione piena.
È propaganda dei pochi.
E qui va detto con chiarezza.
I cittadini di San Marino sono pienamente in grado di capire.
Di informarsi.
Di valutare conseguenze complesse e decidere.
Trattarli come se non fossero all’altezza di una scelta storica non è prudenza.
È una rinuncia alla democrazia.
La Repubblica non ha difeso la propria indipendenza per secoli affidandosi a élite illuminate.
L’ha difesa coinvolgendo la comunità nei passaggi decisivi.
C’è chi ritiene che decisioni destinate a cambiare il futuro dello Stato possano essere prese da pochi, in nome dell’efficienza o dell’urgenza.
Ma uno Stato che decide al posto dei cittadini non diventa più forte.
Diventa più debole, e più arrogante.
Chiedere il referendum non significa opporsi al cambiamento.
Significa pretendere che il cambiamento sia scelto.
La sovranità non è una parola del passato.
È la responsabilità di decidere oggi, sapendo cosa si firma domani.
Se l’ordine globale non esiste più,
la fretta non è una virtù.
San Marino non deve delegare il proprio futuro.
Deve deciderlo.
Comunicato stampa – Comitato dei Capi Famiglia











