Le montagne sono brulle. Tutti i grandi fiumi italiani sono in secca. Le temperature segnano record anomali per il periodo, oltre due gradi sopra la media stagionale. L’inverno non ha praticamente visto la pioggia, né tanto meno la neve, e le precipitazioni dei giorni scorsi sono state troppo scarse per invertire la rotta. E ora facciamo i conti con le conseguenze della crisi climatica. Una situazione emblematica è quella dell’area attorno alla foce del Po, dove il livello del fiume è sceso al di sotto dei minimi storici. L’acqua del mare sta risalendo il bacino quasi vuoto per almeno 20 chilometri, provocando la sospensione dell’irrigazione nei comuni in provincia di Rovigo. In Piemonte sono a secco quasi tutte le risaie.
L’allarme è ormai generale: si potrebbe verificare a breve un razionamento dell’acqua sia per usi civili, sia per le colture, sia per gli allevamenti. Cosa succederà a San Marino, che non ha sorgenti proprie e deve rifornirsi all’esterno? Il Marecchia, dove la Repubblica ha una piccola fonte di captazione, risente della siccità generale; mentre la diga di Ridracoli, che fornisce acqua a tutta la Romagna, al momento è abbastanza fornita ma perde circa 8 centimetri di livello ogni giorno. Ci vuole un’altra Ridracoli, o resteremo a secco, titolavano preoccupati i giornali locali di qualche giorno fa. È evidente: di fronte ad un calo progressivo delle piogge, occorre potenziare l’intero sistema idrico.
Non a caso, anche San Marino sta progettando un piccolo invaso di raccolta delle acque nella zona di Gorgascura, proprio per aumentare la sua autonomia e far fronte alle necessità dei periodi più siccitosi. L’intervento è inserito tra le infrastrutture strategiche da realizzare nel breve/medio termine, ma ci vorrà ancora del tempo.
Nel frattempo si può investire solo nella cultura del risparmio dell’acqua e di un suo uso razionale per tutte le necessità domestiche, produttive e agricole. Proprio qualche giorno fa, il 17 giugno, si è celebrata la giornata mondiale contro la desertificazione e la siccità, istituita dalle NU. Fermare il degrado delle aree aride e contrastare la siccità, sono questioni che coinvolgono tutti, Paesi sviluppati e in via di sviluppo, minacciando salute, pace e sostenibilità. E siccome i problemi non vengono mai da soli, la siccità si sta aggiungendo alla crisi alimentare causata dalla guerra in Ucraina, ai rischi pandemici, e alle sempre più massicce migrazioni dai Paesi più colpiti, come quelli africani. La Giornata Mondiale contro desertificazione e siccità 2022 ci ha ricordato ancora una volta che non si tratta di un problema per pochi, ma di una minaccia destinata a colpire sempre più persone e territori, anche in termini di perdita di biodiversità, minori rese delle colture agrarie e degli allevamenti zootecnici, perdita di equilibrio degli ecosistemi naturali, maggiore diffusione delle malattie.
Come agire? Per evitare il futuro previsto dalle Nazioni Unite, governi e imprese devono mantenere le promesse. Ma è anche possibile contribuire su scala individuale. Innanzitutto mettendo in campo azioni per ridurre gli sprechi idrici e aumentando la consapevolezza sui modi per ripristinare la salute della terra nella propria zona. L’ONU suggerisce anche di sostenere la promozione di politiche informate per l’ambiente e la ripresa economica. Ad esempio, i cittadini potrebbero scrivere alle autorità locali per chiedere di portare a termine i loro impegni per il ripristino del territorio, la resilienza alla siccità e lo sviluppo. O proponendo alle proprie istituzioni progetti “pro-terrestri”, incentrati in particolare sull’aumento della biodiversità nei parchi, l’inverdimento dei quartieri, la promozione del consumo di cibo locale, eccetera.
Legambiente aggiunge altre misure, molto concrete: ridurre le perdite di rete (e di conseguenza ridurre i prelievi) e dall’altro di poter riutilizzare le acque reflue depurate in agricoltura e nei cicli produttivi grazie anche alla separazione delle reti fognarie e all’investimento sullo sviluppo di sistemi depurativi innovativi e con tecniche alternative; misure di incentivazione e defiscalizzazione in tema idrico come avviene per gli interventi di efficientamento energetico; prevedere l’obbligo di recupero delle acque piovane e installazione di sistemi di risparmio idrico e il recupero della permeabilità in ambiente urbano attraverso misure di de-sealing; ridurre gli sprechi nel settore dell’edilizia; implementare i sistemi di recupero e riutilizzo delle acque.
Ci siamo lamentati, nei giorni scorsi, di un aumento della bolletta del 10 per cento per i prossimi tre anni. Considerata la situazione, si può certamente dire che il costo dell’acqua non sembra essere il problema preponderante: il problema più grosso riguarda l’approvvigionamento e la conservazione di un “oro blu” sempre più raro. È qui che si consumerà la sfida.
a/f