Non è solo una questione di soldi che mancano o di volontà politica che vacilla. È un sistema intero, fatto di funzionari, pareri tecnici e inerzie consolidate, a creare un muro invisibile contro cui si infrangono i diritti delle persone con disabilità. È una radiografia spietata quella che arriva da Attiva-Mente: l’associazione sammarinese ha diffuso oggi un’analisi lucida e dura sui meccanismi che, all’ombra del Titano, trasformano le legittime richieste di inclusione in un percorso a ostacoli fatto di rinvii e silenzi.
In un comunicato che ha il sapore di un vero e proprio atto d’accusa verso il “sistema Paese”, il Consiglio Direttivo dell’associazione prova a smontare la retorica ufficiale. Secondo Attiva-Mente, le decisioni politiche sui diritti sociali si arenano spesso per la mancanza di tre fattori chiave: una pressione sociale costante capace di scuotere il “palazzo”, risorse economiche che vengono sistematicamente dichiarate insufficienti (“un alibi per rendere i diritti negoziabili”) e una politica con la “p” minuscola, troppo orientata al consenso immediato e alla gestione degli equilibri.
Ma l’affondo più tagliente non è rivolto ai politici eletti, bensì a quella zona grigia dell’amministrazione dove si formano le decisioni reali. “Il punto decisivo è ciò che accade nello spazio che si apre tra il ruolo politico e la conoscenza necessaria per esercitarlo”, si legge nella nota. Attiva-Mente punta il dito contro dirigenti e funzionari pubblici, figure che “non decidono formalmente, ma orientano in modo sostanziale”. Sono loro, secondo l’associazione, a stabilire cosa sia fattibile e cosa no, trincerandosi dietro una neutralità tecnica che viene definita “più un mito che una realtà”.
“In sistemi poco permeabili e scarsamente trasparenti – prosegue il comunicato – il confine tra competenza, fedeltà politica e riconoscenza personale tende a sfumare”. Il risultato è una “postura strutturale” che alimenta burocrazia e indifferenza per proteggere lo status quo da cambiamenti che comporterebbero nuovi doveri e costi organizzativi.
L’analisi tocca anche il tema delicato del conflitto d’interessi interno alla macchina statale: quando chi definisce le politiche è chiamato anche a gestirne l’attuazione, le decisioni finiscono per “auto-legittimarsi”, sottraendosi al confronto.
La conclusione è amara: questi meccanismi creano barriere che non sembrano discriminatorie, ma “oggettive” e “tecniche”, rendendo i diritti riconosciuti solo sulla carta ma neutralizzati nella pratica. “In questo scenario – chiosa Attiva-Mente – non basta più avere ragione, non bastano i dati o le convenzioni internazionali: il lavoro di chi rivendica giustizia si scontra con un sistema normalizzato e abilista che continua a funzionare fin troppo bene per chi lo governa”.












