• Screenshot
  • San Marino. Don Gabriele Mangiarotti: “Fascismo eterno”?

    Fascismo eterno?

     

    Capita ogni tanto di ritrovare pensieri che ti invitano a riflettere. E che a volte sembrano mettere in evidenza la contraddizione che è nell’animo umano.

    Ho trovato queste riflessioni che riassumono il pensiero di Umberto Eco sulle caratteristiche di quello che lui chiama «fascismo eterno». In questi giorni, in cui, almeno in Italia ma credo che ovunque, basta leggere le cronache sammarinesi su quanto accaduto poco tempo fa a Roma, sembra che il grande pericolo per la convivenza umana sia proprio il rigurgito fascista presente nella società, queste osservazioni ribaltano il comune sentire e fanno capire da che parte realmente stia questo «fascismo eterno».

     

    «Punto 4. La critica non è accettata. Deve prevalere il pensiero unico. Il pensiero divergente, che opera distinzioni, è un ostacolo. Il disaccordo è un tradimento.

    Punto 5. Il disaccordo è un segno di diversità, il Fascismo eterno punta al consenso ed esaspera i sentimenti naturali della paura della differenza.»

     

    A me pare che in questi giorni, anche in occasione del Referendum, siamo stati in presenza di posizioni a dir poco intolleranti: sia il dibattito, che ha presentato coloro che difendevano la vita, usando argomenti di ragione e mostrando l’evidenza che l’aborto sopprime un essere umano, come coloro che alzavano i toni, creando un clima di scontro inaccettabile. E poi il fatto che un numero imprecisato di manifesti che invitavano a votare no al Referendum sono stati vilmente strappati.

    Ora si vorrebbe che la voce di coloro che hanno espresso, con il loro legittimo voto, l’opposizione all’aborto si accordasse con coloro che ritengono questa pratica un diritto di libertà e non ciò che è in realtà, un omicidio. La demonizzazione del dissenso, il disaccordo sembra rivestire i panni del tradimento. Così si vorrebbe che il fronte del no si adeguasse al risultato ottenuto seguendo i «consigli» dei vincitori. Al di là del tentativo di realizzare una collaborazione che sembra sempre un buon principio, ci sta la convinzione che ci sono posizioni inconciliabili sul senso della vita umana. Allora si potranno trovare accordi su tante questioni, ma sarà impossibile accettare che l’aborto sia un diritto. Mai. Più di 3000 sammarinesi si sono espressi in questo senso, e non si possono cancellare. Hanno il diritto di rimanere ancorati a quei principi che per loro sono «non negoziabili».

    Ci vuole una «buona legge», ma non potrà essere «buona» là ove permetterà l’aborto come diritto di libertà: rimane sempre da dimostrare che l’uccisione di un essere umano costituisca una forma di «libertà», per quanto moderna la si voglia intendere.

    Coloro che basandosi su posizioni ragionevoli condannano l’aborto, ritenendolo un omicidio, hanno dalla loro parte la ragione, e questo non implica, proprio per questo motivo, che si facciano attentati alla «laicità dello Stato». Ad argomenti di ragione si può e si deve rispondere con argomenti di ragione, senza pensare che chi è in lecito disaccordo con le posizioni della maggioranza lo faccia per imposizione di autorità estranee. Nelle nostre società democratiche il diritto delle minoranze è un principio consolidato, e il loro rispetto garantisce una sostanziale libertà. Non si può, in nome di un malinteso senso di bene comune, cancellare le convinzioni di una parte dei cittadini, quando queste non confliggono col diritto di tutti, primo tra tutti quello dell’innocente di non essere ucciso.

    Non credo proprio che «il disaccordo» sia «un tradimento». Il confronto civile è sempre una ricchezza per la democrazia.

     

    Da più parti si ritiene che il problema delle nascite sia da affrontare attraverso un serio impegno educativo, che coinvolga tutti coloro che sono in contatto con i giovani, e con la creazione di strutture che sostengano in particolare le maternità difficili.

    Non possiamo dimenticare che la responsabilità educativa non è prerogativa dello Stato, ma in primis della famiglia, che, questa sì, va aiutata e sostenuta.

    Inoltre ritengo importante riconoscere che c’è chi si muove, chi opera e crea spazi di aiuto e di accoglienza. Ma tutto questo dovrebbe consentire il superamento di quella mentalità così diffusa per cui è solo lo Stato (o prevalentemente lo stato stesso) l’unico detentore di queste prerogative. Per tornare al «fascismo eterno», ricordiamo il motto: «Tutto nello Stato, niente al di fuori dello Stato, nulla contro lo Stato».

     

    Allora è giunto il tempo di un confronto serio, senza paletti né steccati, che riconosca e ami la diversità, consentendo che il dibattito pubblico (anche televisivo) dia spazio alla pluralità di espressioni e di posizioni. Non amiamo, né abbiamo mai amato, l’«uomo a una dimensione», di qualunque colore si tinga, perché sarebbe sempre il colore della violenza e della schiavitù.

     

    Gabriele Mangiarotti