San Marino e “caro vita”, esplode sui social la rabbia dei cittadini: “Tre lavori per vivere, la pazienza è finita…”

In un post pubblicato ieri sul gruppo “San Marino Risponde”, diventato in poche ore il megafono di un malessere collettivo, un giovane lavoratore ha dato voce a una rabbia sociale che attraversa trasversalmente la Repubblica. Il lungo sfogo, che ha generato oltre 135 risposte cariche di testimonianze simili, dipinge il ritratto di una generazione schiacciata tra inflazione, stipendi fermi e un sistema di tutele giudicato ormai inadeguato.

La gente è arrabbiata. Non ‘un po’ contrariata’, non ‘preoccupata’: è incazzata. E pure parecchio“, esordisce il post, scritto da un trentenne che descrive una realtà quotidiana fatta di sacrifici estremi: “Faccio tre lavori, e sì: due sono in nero. Non per sport, ma perché altrimenti non si campa“. Una confessione amara che mette a nudo il fallimento dell’equilibrio tra costi e ricavi per il ceto medio-basso sammarinese: “Faccio la spesa guardando i prezzi ogni giorno: così non si va avanti“.

Il cuore della protesta riguarda in particolare il settore dei servizi, dove la situazione viene definita “ridicola“, con “stipendi da fame” e aumenti contrattuali che non riescono a tenere il passo con un costo della vita che “corre come un treno“. Il paragone con il settore industriale è impietoso: “Due mondi diversi”, lamenta l’autore, sottolineando come nel terziario si viva una condizione di costante affanno economico.

Uno dei punti più critici sollevati, e ampiamente condiviso nei commenti, riguarda il trattamento della malattia. “Uno viene operato e si ritrova pagato all’86%. Però affitto, bollette e spesa restano al 100%, giusto? Quelle non fanno sconti“, si legge nel post. Una disparità che molti utenti hanno definito “insostenibile“, aggiungendo come “non siamo nati solo per lavorare e pagare l’affitto” e chiedendosi provocatoriamente: “Dobbiamo morire per campare?“.

Dure critiche sono state rivolte anche alle rappresentanze sindacali, accusate di non tutelare più adeguatamente i lavoratori. “La sensazione è che non stiano più spingendo davvero. Sembra una gestione tranquilla della situazione da poltrona calda“, attacca il post, definendo la situazione “incazzatura pura” per chi si sente lasciato solo. Nei commenti, l’insoddisfazione verso i sindacati è quasi unanime: “Tutti mangiano nello stesso piatto“, scrive un utente, mentre altri lamentano che “le riforme le chiamano vittorie, ma per noi la differenza in tasca è minima“.

Il dibattito ha poi toccato il tema del mito dell’Isola Felice, ormai considerato un ricordo del passato. Se da un lato c’è chi invita a fare economia cercando “marchi meno noti” o andando a fare la spesa oltre confine, dall’altro emerge la disperazione di chi non ha una rete familiare di supporto: “Il povero si impoverisce sempre più ed il ricco si arricchirà alla faccia di chi sopravvive“. Particolarmente toccante la testimonianza di una madre che ammette di fare due lavori “per dare da mangiare ai miei figli e dire a loro con le lacrime nel cuore continuamente ‘no, non possiamo’“.

La conclusione dello sfogo è un appello urgente al cambiamento e un attacco frontale all’inerzia istituzionale: “Fuori da quegli uffici la gente è stanca. Non ha più voglia di sentirsi dire che ‘non si può fare diversamente’. Qualcosa deve cambiare. Adesso“. Un grido che, a giudicare dalla valanga di reazioni, sembra rappresentare una fetta sempre più ampia e rumorosa della società sammarinese.

Il post Facebbok originario (senza censure):

Scrivo senza troppi giri di parole perché tanto ormai ci siamo capiti tutti.
La gente è arrabbiata. Non “un po’ contrariata”, non “preoccupata”: è incazzata. E pure parecchio.
Ho poco più di trent’anni. Lavoro, anzi no, faccio tre lavori, e sì: due sono in nero. Proprio così, in nero. Non per sport, ma perché altrimenti non si campa. Pago tutto, con fatica… con molta fatica: economica e fisica. Perché quando per gli altri finisce la settimana e arriva la domenica, per me è solo un altro giro. La mia settimana non finisce mai. Il riposo? Boh… qualcuno l’ha visto? Poi uno è esaurito….grazie al c….! Ma sembra che il sistema funzioni proprio così: spremere finché resti in piedi. Intanto faccio la spesa guardando i prezzi ogni giorno e vi dico una cosa semplice, senza poesia: così non si va avanti.
Nel settore servizi la situazione è diventata ridicola. Stipendi da fame, aumenti che non coprono neanche l’inflazione e il costo della vita che corre come un treno. Basta entrare in un supermercato per rendersene conto. Ho detto supermercato, eh, non gioielleria (a volte mi viene quasi da pensare che lì dentro costi meno).
Poi sentiamo dire: “Eh ma gli aumenti ci sono stati”.
Sì, sulla carta. Nella realtà, a fine mese, non cambia una mazza.
E il confronto con l’industria? Lasciamo stare… due mondi diversi.
Poi sempre le stesse scuse, sempre rimandare, sempre accontentarsi.
Oh, però mi raccomando eh: noi dei servizi non dimentichiamoci di dire grazie!
Ma vaff…
E la malattia? Parliamone.
Uno viene operato, non sta a casa a fare le ferie e nemmeno per un raffreddore e si ritrova pagato all’86%.
Però affitto, bollette e spesa restano al 100%, giusto? Quelle non fanno sconti.
E questa cosa viene accettata come normale.
Spoiler: non lo è.
Poi arriva il grande classico: “Ma anche in Italia è così”.
San Marino non è l’Italia.
E se dobbiamo fare paragoni, smettiamola di farli solo quando conviene abbassare stipendi e diritti.
Se il messaggio è “altrove va peggio quindi state zitti”, allora c’è qualcosa che non funziona.
E i sindacati?
La mia sensazione e non credo di essere l’unico è che non stiano più spingendo davvero. Più che difendere i lavoratori, sembra una gestione tranquilla della situazione… da poltrona calda.
E questo fa incazzare ancora di più, perché chi lavora si sente lasciato solo.
La pazienza è finita.
Se chi dovrebbe rappresentarci non è più in grado o non ha più voglia di farlo come si deve, allora è giusto lasciare spazio a qualcun altro. Magari a qualcuno che non vada lì solo a scaldare la sedia.
Perché fuori da quegli uffici la gente è stanca.
Fa fatica ad arrivare a fine mese.
E non ha più voglia di sentirsi dire che “non si può fare diversamente”.
Qualcosa deve cambiare.
Adesso.
Perché, detto semplice semplice… ci avete rotto i coglioni.
Un lavoratore sammarinese, come tanti altri.