C’è stato un tempo, tra le colonne dell’Antica Grecia e le rupi del vostro Monte nel 301 d.C., in cui la politica era una cosa seria. Un “servizio” nel senso più alto e nobile del termine. Per i greci era l’arte del Logos, della parola che vince sulla clava; per i vostri padri fondatori era la missione del “Relinquo vos liberos”, un mandato di libertà che non prevedeva né rimborsi spese, né selfie su Facebook. Ma era una politica fatta da giganti, o almeno da gente che aveva un mestiere nelle mani e la dignità nel petto.
Oggi, nel 2026, ci si è ridotti ridotti a discutere in Commissione consigliare se dare 10 euro l’ora a sessanta persone chiuse per giorni a Palazzo Pubblico sia troppo o troppo poco. Ve lo dico io: è troppo se sono mediocri, è un’offesa se sono eccellenze.
Se voleste davvero riformare questo Paese, dovreste smetterla di pensare che il Consiglio Grande e Generale sia un ufficio di collocamento per ambiziosi senza arte né parte. La soluzione alla “professionalizzazione” non può trasformare il “servizio alla comunità” in uno stipendio fisso che attira chi non ha mai visto una busta paga nel privato. La soluzione è semplice: il “rimborso del talento”.
Volete il chirurgo di fama in Aula? Volete l’imprenditore che sa cos’è un bilancio e non solo come si spende il debito pubblico? Allora pagategli la differenza tra quello che guadagna producendo e quello che perde nei giorni in cui posa il sedere su quegli scranni. Altrimenti, rassegnatevi: se continuerete a offrire noccioline, in Consiglio (non me ne vogliano i “Sessanta”, è una metafora esasperata per rendere palese il concetto) continueranno ad arrivarvi le scimmie. E le scimmie, si sa, sanno solo urlare e lanciare bucce, non certo scrivere leggi che reggano l’urto del futuro o pianificare un futuro roseo per il Paese e di benessere per la cittadinanza.
Ma la vera rivoluzione – quella che farà venire l’orticaria a tanti professionisti della politica – deve avvenire nel Congresso di Stato. Qui bisogna avere il coraggio di comprendere la verità, citando il sommo Ugo Fantozzi davanti alla Corazzata Kotiomkin: l’idea che un buon medico sia automaticamente il miglior Ministro della Sanità è “una cagata pazzesca!”. Immaginate cosa possa essere chi ha fatto da sempre solo politica o timbrato francobolli dietro uno sportello postale…
E questo lo devono capire, in primis – traviati dalla deriva grillina che ha varcato il confine di stato negli anni scorsi -, gli elettori: mettere un medico alla guida della Sanità è come mettere un ottimo pilota di Formula 1 a dirigere la Ferrari come azienda: non è detto che sappia dove girare i bulloni del bilancio. Anzi… Restando nell’esempio, alla Sanità non serve uno che sappia fare un’autopsia, serve un “Marchionne della corsia”. Uno che sappia gestire risorse, tagliare sprechi e ottimizzare servizi. Altro esempio, alle Finanze non serve il ragioniere che sa fare le somme, serve un manager dello sviluppo, un “Enrico Mattei del Titano” che sappia dove andare a pescare gli investimenti veri, non quelli da operetta.
Forse, la vera rivoluzione, sarebbe aprire il Governo ai tecnici non candidati, non eletti? Io, fossi sammarinese, ci penserei seriamente… Certo, il rischio di deriva sarebbe dietro l’angolo, perché la norma potrebbe diventare il salvagente dei “trombati” di lusso delle urne; ma, al tempo stesso, sarebbe il via libera all’impegno civico per gente che non ha bisogno della politica per vivere, ma delle cui competenze la Repubblica ha bisogno per garantirsi un futuro.
Parlo di tecnici, di professionisti, di manager che, però, la politica deve pagare profumatamente, a peso d’oro, perché la loro competenza vale, appunto, oro. So già cosa state pensando, cari sammarinesi: “Quattromila euro al mese a un Ministro? Sono troppi!”. No, cari miei, troppi sono i milioni che si potrebbero perdere ogni anno se si mandasse al comando un’orda di “dilettanti allo sbaraglio” (ricordate il bilancio – tracciato dai tribunali nei processi sulla cosiddetta “galassia Banca CIS” – del governo AdessoSm?) che non sanno distinguere un cambio di cda da un “colpo di stato”…
Non vi trovate, cari Sammarinesi, di fronte alla necessità di una riforma, vi trovate a dover comprendere l’urgenza di una vera rivoluzione, anche – e soprattutto – culturale e che parta dalla base, dal corpo elettorale, per arrivare al vertice della forza politica più rappresentativa del Paese. Serve dimenticare, sconfiggere i demoni attuali. Demoni come, ad esempio, le consulenze. In questo Paese, difatti, la parola “consulenza” è diventata sinonimo di “regalo al cugino”. E spesso lo è stata. Ma un Ministro, anche il più geniale, il miglior manager, il più pagato non può sapere tutto. Ha bisogno di cervelli a supporto, di competenze tecniche – anche esterne vista l’esiguità della popolazione sammarinese – di altissimo profilo. La rivoluzione culturale sta qui: distinguere il clientelismo dalla competenza, la mancetta di qualche mille euro da merito.
Per quanto mi riguarda ho imparato, in questi miei oltre 50anni di vita, che è più eocnomico, più produttivo, più saggio pagare centomila euro un consulente che mi fa risparmiare dieci milioni, piuttosto che risparmiare sul consulente e trovarmi con un buco in bilancio che i miei nipoti dovranno ancora colmare.
Ma so che la politica trema. Perché aprire ai tecnici significa, per molti partiti, farsi scippare l’unico barlume di potere rimasto. Significa ammettere che un “non eletto” può essere dieci volte più capace di chi ha preso mille preferenze grazie alle pacche sulle spalle, alle promesse che poi, magari, non manterrà e alle cene elettorali.
E qui la palla torna a voi, elettori. Perché la vera catastrofe non è la legge che non c’è, ma il vostro dito sulla scheda. Finché voterete l’amico, il parente o il conoscente “perché è un bravo ragazzo”, avrete la politica che vi meritate. Volete la professionalità? Allora iniziate a votare per il vostro futuro a lungo termine, non per ricavarne un nuovo “nanetto” da piazzare nel vostro “giardinetto”.
Se non sarete capaci di fare questo salto, se preferirete restare nella mediocrità rassicurante del “ci conosciamo tutti”, allora accomodatevi. Ma smettetela di lamentarvi se il Paese affonda. Perché quando la nave va a scogli, non serve il marinaio simpatico o il bravo mozzo che ti offre da bere: serve quello che sa prevedere venti e correnti e tenere il timone sempre sul lato giusto. Anche se questo “lupo di mare” costa caro. Soprattutto se costa caro.
Enrico Lazzari












