San Marino. Essere ecologisti solo a parole, non serve all’ambiente … di Alberto Forcellini

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    Il rischio non è distruggere il mondo, ma distruggere il “nostro” mondo. Parole di Alberto Angela mentre introduce una speciale edizione di “Ulisse, il piacere della scoperta” alla vigilia della Giornata Mondiale dell’Ambiente, che si è celebrata il 5 giugno scorso.  Istituita 47 anni fa in onore della conferenza sull’ambiente di Stoccolma, ricorda che salvare il nostro pianeta dovrebbe essere una priorità per tutti.

    Ieri, la Giornate Mondiale degli oceani, prima ancora quella della Terra, e così via. Non ricorrenze formali, ma tutte con un obiettivo ormai inderogabile: invertire la rotta dell’inquinamento indiscriminato e dello sfruttamento di risorse che si pensava fossero inesauribili.

    Sono circa 200 mila anni che l’uomo “sfrutta” il pianeta Terra attingendo a piene mani alle sue risorse. Aveva cominciato l’Homo sapiens, tagliando alberi, uccidendo animali e modificando il suo territorio con l’agricoltura. Gli antichi romani hanno fatto molto peggio: hanno disboscato milioni di ettari di foreste per costruire case e navi, per riscaldarsi e scaldare i loro centri termali, per fare passare le strade ed erigere accampamenti; milioni di tonnellate di pietre e marmi sono stati scavati per erigere i più bei palazzi, archi e monumenti della storia. Erano temuti dai barbari delle foreste germaniche perché “portavano la terra là dove c’era l’acqua e portavano l’acqua là dove c’era la terra”. In alcuni casi, la formidabile ingegneria romana è ancora molto ben leggibile; in altri, la natura è tornata a riappropriarsi dei suoi spazi.

    Insomma, non c’era bisogno della tecnologia, della chimica, delle emissioni di CO2, per distruggere interi ecosistemi. Ma l’avvento della modernità, ha fatto passi da gigante e ci sta portando, nel volgere di pochi anni, al punto di non ritorno.

    Gli esseri umani stanno perdendo e distruggendo le fondamenta della propria sopravvivenza a un ritmo allarmante. Più di 4,7 milioni di ettari di foreste (pari a un’area più grande della Danimarca) vengono persi ogni anno. Gli oceani sono invasi da enormi isole di rifiuti di plastica. I ghiacciai perenni ai due Poli si stanno inesorabilmente sciogliendo. Città come Venezia, New York, Londra, Amburgo, Shanghai, rischiano di essere sommerse.

    Eppure, siamo la prima generazione che ha maturato una coscienza ecologista. Fino a un secolo e mezzo fa, la parola ecologia neanche esisteva (è nata nel 1866), ma solo pochi decenni fa è diventata consapevolezza diffusa e sempre più persone, associazioni, governi si sono posti in prima linea per ripristinare quell’equilibrio senza il quale il pianeta muore.

    La buona notizia è che al rincorrersi di allarmi, dossier sull’emergenza idrica, sulla crescita delle temperature e via dicendo si accompagna una seconda narrazione, ormai sempre più legata alla prima. Ovvero quella della tecnologia che ci salva. Non solo nel senso dei sistemi di stoccaggio della CO2, ma anche delle macchine elettriche, degli aerei a biodiesel, dei veicoli a idrogeno, droni per monitorare il territorio, satelliti e via dicendo. Il tutto spesso unito a un’esaltazione acritica del digitale, proposto come soluzione di tutti i problemi, anche ambientali.

    Ora, la tecnologia è fondamentale per la nostra vita, spesso anche per salvarla, come ad esempio in ambito medico. Ma quando si viene al tema della salvaguardia ambientale e soprattutto alla soluzione delle tragica crisi climatica, può essere uno degli strumenti, ma non sarà mai la soluzione.

    Il motivo è semplice e duplice: anzitutto, per fare tecnologia occorrono risorse, e dunque anche la tecnologia consuma ambiente e riscalda il pianeta. Secondo, la tecnologia non potrà mai risolvere il problema di fondo davanti a cui ci troviamo: ovvero al fatto che le risorse dalle quali dipende la nostra vita: suolo, acqua, alberi, animali, sono risorse finite. E con questa finitezza noi non riusciamo a fare i conti.

    Parlando di ambiente, il primo pensiero va al nostro Paese, che visto dalle strade, sembra una colata di cemento, in molti casi esteticamente proprio brutto. Invece, basta allontanarsi dall’asfalto per scoprire paesaggi naturali di incredibile bellezza, ancora abbastanza integri: boschi, forre, ruscelli, greppi, sentieri ormai dimenticati e pieni di rovi, ma anche di fiori ed essenze bellissimi e sconosciuti. San Marino non è solo la storia millenaria di una Repubblica, è anche paesaggio, ambiente e un pezzetto di natura selvaggia, assolutamente da tutelare.

    Il compito è di ciascun cittadino, che può fare la sua parte risparmiando l’ambiente e le risorse naturali anche nei piccoli gesti quotidiani. Insomma, non basta essere ecologisti a parole: ognuno è chiamato a fare la sua parte.

    a/f