C’è una linea sottile, quasi invisibile ma fondamentale, che in uno Stato di diritto separa il rigore dell’istituzione dal fervore della militanza.
È la linea che garantisce al cittadino che chi vigila lo faccia nell’interesse della collettività e non per un tornaconto elettorale. A San Marino però questa linea appare oggi pericolosamente sempre più sbiadita.
Il caso sollevato dall’attività social di Andrea Zafferani, membro della Commissione Consiliare di Controllo della Finanza Pubblica, non è una semplice questione di “galateo” digitale.
Quando un commissario utilizza espressioni come “panem et circenses” per etichettare scelte di bilancio, non esprime solo un parere: sta trasfigurando un dato tecnico in un’arma retorica.
La Commissione di Controllo ha un compito preciso: la radiografia dei conti. Il suo potere risiede nell’oggettività.
Se il controllore smette di parlare il linguaggio dei documenti per adottare quello degli slogan, il rischio è che ogni sua futura analisi, anche se corretta, venga archiviata come “rumore di parte”. Forse, alla fine, non è il posto giusto per il generale di Repubblica Futura Andrea Zafferani.
Quando la funzione di garanzia viene piegata alla polemica politica, si innescano tre effetti distorsivi:
– L’erosione dell’autorevolezza: Se il controllore gioca la partita insieme ai giocatori, chi arbitrerà la correttezza del gioco? L’organo collegiale perde la sua aura di imparzialità, diventando una mera estensione del dibattito parlamentare;
– La selezione chirurgica dei dati: Il pericolo è che non si controlli più per correggere la gestione della cosa pubblica, ma si “peschino” nel bilancio solo quegli elementi utili a alimentare la narrazione di Repubblica Futura;
– Il disorientamento del cittadino: La finanza pubblica è materia complessa. Se chi ha i mezzi per spiegarla con rigore preferisce polarizzarla, il cittadino non viene informato, ma arruolato in una tifoseria.
Formalmente, il diritto di critica è sacro e forse io sono uno dei suoi paladini a San Marino, ma chi siede in certi organismi dovrebbe avvertire il peso di una “riserva istituzionale”. Il controllo non si fa per abbattere l’avversario, ma per proteggere il bilancio dello Stato. Se l’obiettivo diventa politico o il “like” o il consenso immediato, la funzione di vigilanza viene svuotata dall’interno.
In una Repubblica piccola come la nostra, dove la vicinanza tra controllore e controllato è già strutturalmente ridotta, la sobrietà non è un optional: è l’unico argine rimasto a difesa della credibilità delle istituzioni.
Io la vedo così.
Marco Severini – direttore GiornaleSM
L’articolo dove da un po’ molti pescano e’ questo:











