La Cina ha testato un missile ipersonico con capacità nucleare. Lo ha riportato in questi giorni il Financial Times, poi la notizia è stata ripresa da tutti i media mondiali. La prestigiosa testata inglese cita cinque persone a conoscenza dei fatti, secondo cui il test è avvenuto ad agosto e il missile ha circumnavigato il globo prima di dirigersi verso il suo obiettivo. La qual cosa dimostra “una capacità spaziale avanzata che ha preso di sorpresa l’intelligence Usa”. Insomma, gli 007 Usa sarebbero rimasti sconvolti.
Secondo Francesco Sisci, sinologo, professore di geopolitica alla Luiss, il lancio sarebbe un atto dimostrativo della Cina di Xi Jinping e del suo sogno di potenza militare. Sisci però evidenzia le due facce del problema: “A livello tattico strategico – afferma – questo missile non è una sfida perché si tratta di tecnologia vecchia, nulla di straordinariamente nuovo, una tecnologia che non è stata usata per i missili balistici nucleari perché difficile da puntare, ma d’altro canto il lancio irrita gli americani in quanto atto dimostrativo che agita le acque e quindi gesto di sfida”.
Il ragionamento affonda le sue ragioni nell’analisi più vasta e complessa della situazione mondiale dove i prezzi stanno galoppando per il rialzo del prezzo delle materie prime, soprattutto gas e petrolio, che a sua volta avrebbe generato, specialmente a Pechino, un’enorme bolla immobiliare che rischia di generare un effetto domino sulle banche. Una speculazione che Xi Junping vuole fermare. Il fatto è che mentre il mondo sviluppato sta riaprendo perché le vaccinazioni funzionano, la Cina rimane chiusa. Così Xi Jinping punta su un atto dimostrativo probabilmente mirato soprattutto al pubblico interno.
In questo contesto non si possono sottovalutare le tensioni con Taiwan, un’isola di fatto indipendente, sebbene la sua sovranità sia riconosciuta solo da 15 paesi al mondo, ma che la Cina considera come sua. Xi Jinping ha parlato di Taiwan dalla Grande Sala del Popolo di Piazza Tienanmen, in occasione dell’anniversario dei 110 anni dalla Rivoluzione cinese, che mise fine alla Cina imperiale.
Il discorso di Xi Jinping è stato considerato meno estremo di precedenti dichiarazioni sulla questione, su tutti quella di luglio in cui aveva detto di voler «distruggere completamente» ogni tentativo di indipendenza di Taiwan. È però significativo perché arriva dopo che negli ultimi giorni le azioni bellicose della Cina nei confronti di Taiwan si erano fatte più intense e provocatorie, e dopo che si è saputo che da circa un anno gli Stati Uniti stanno addestrando l’esercito di Taiwan per resistere a un eventuale attacco della Cina, che secondo il ministro della Difesa taiwanese potrebbe arrivare entro il 2025.
Il presidente cinese Xi Jinping sta battendo da anni sul progetto di riunificazione della Grande Cina, come se la “macchia” di quell’isolotto, a 180 km dalle sue coste, che dal 1949 ha scelto di separarsi dalla madrepatria, non fosse più tollerabile. La presidente Tsai Ing-wen ha promesso che farà di tutto per difendere il suo Paese: «Il percorso che la Cina ha tracciato non offre uno stile di vita libero né democratico per Taiwan, per i nostri 23 milioni di persone. Non ci piegheremo alle pressioni della Cina».
Tutti gli osservatori sono concordi nell’affermare che la questione non è solo territoriale. Taiwan è una potenza economica mondiale in quanto è leader mondiale nella produzione di semiconduttori. Ovvero di quei microchip di cui non possiamo più fare a meno e che troviamo dal telefono al tostapane, dal pc alla macchina, dal frigorifero all’orologio.
I rischi di una nuova guerra fredda
La sproporzione delle forze in campo è lampante (2 milioni di soldati cinesi contro 170mila taiwanesi, per non dire delle dotazioni aeree, missilistiche e navali). Anche se l’ipotesi di trovarsi contro Stati Uniti, Giappone, Australia, e Gran Bretagna, giusto per fare qualche ipotesi, non è una prospettiva che per Xi Jinping possa essere considerata attraente. E soprattutto: per cosa? Per il dominio di un’isola? Per rincorrere il mito della Cina unificata? Per sopire future aspirazioni separatiste di qualche remota regione? O soltanto per questioni economiche?
Non siamo ancora al punto di non ritorno: in fondo si è trattato di voli di avvertimento, una minaccia plateale e (finora) innocua. Ma se si fosse verificato un minimo incidente, anche involontario? Qualsiasi scintilla, in una simile situazione, rischia di innescare un incendio di proporzioni incalcolabili. Un incontro a distanza è previsto tra Xi e Biden a dicembre e vedremo se si tratterà davvero di una prova di disgelo.
“Fermare Pechino” è il nuovo libro di Federico Rampini (Mondadori). Qui si parla di una Cina nuova, nascosta e inquietante: tutto quello che Xi Jinping non vuole farci sapere. Il complesso di superiorità ancestrale e la cultura razzista, la rinascita del maoismo come reazione alle diseguaglianze, il riarmo e l’espansionismo militare. Rampini esplora anche la Cina dei giovani, i sogni repressi che affiorano dal cinema e dalla letteratura. E il trionfo di Big Tech in versione cinese racchiude una sorpresa: Pechino ci dà una lezione su come limitare lo strapotere dei turbo-capitalisti digitali.
L’altra metà della storia, è il paradosso americano. Biden vuole unificare alleati e amici per fermare l’avanzata cinese, ma copia le ricette che hanno funzionato a Pechino, rivalutando il ruolo dello Stato nell’economia. Le due superpotenze studiano i successi l’una dell’altra, e finiscono per assomigliarsi più di quanto crediamo.
Il New-New Deal di Biden, a base di giustizia sociale, lotta al razzismo e ambientalismo, rivela una nazione sempre lacerata: in guerra con se stessa prima ancora che con la grande rivale asiatica. Se la sfida è con la Cina, mezza America rema contro, convinta che il male supremo è nel cuore degli Stati Uniti.
a/f