Più che un’associazione animalista, la sua presidente preferisce definirla “zoofila”, composta cioè di persone che nutrono affetto e rispetto per gli animali. È un tratto identificativo importante per l’APAS (associazione protezione animali sammarinese), alla vigilia del suo quarantennale, con oltre 700 soci iscritti tra sammarinesi e italiani, tutti volontari. Emanuela Stolfi parla di questa organizzazione con la stessa passione con cui si occupa delle tante attività e soprattutto delle tante battaglie per aumentare la sensibilità culturale nei confronti degli animali.
Presidente, come funziona il rifugio APAS?
“Già dal 1992, quando è stato creato, ha la funzione di canile e gattile pubblico, in osservanza della legge promulgata l’anno prima per il ricovero degli animali randagi. La realizzazione di questa struttura era stata possibile grazie a numerose donazioni private e ad un finanziamento statale, proprio per la finalità pubblica indicata dalla norma. Tuttora è vigente la convenzione con lo Stato, che prevede un contributo per il mantenimento degli animali. Purtroppo, negli ultimi 15 anni, non rivalutato”.
Quanti animali ci sono oggi nel rifugio?
“Attualmente abbiamo meno animali rispetto agli inizi. Sono circa un centinaio, tra cui un’ottantina di gatti e una ventina di cani. Sono tutti seguiti giornalmente e visitati dal veterinario ISS una volta a settimana. Ma quando si ammalano, o hanno bisogno di cure specifiche, molto spesso siamo noi a pagare gli interventi e i farmaci necessari”.
Sembra di capire dalle sue parole, che sia diminuito il randagismo. È così?
“Possiamo dire con soddisfazione che il randagismo dei cani è stato debellato. Nel 2024 ne abbiamo trovati due, che a nostro avviso erano dei vaganti senza microchip, cani da caccia che sono stati lasciati andare volontariamente. Li abbiamo ricoverati nella nostra struttura e microchippati”.
Quando sono stati introdotti i microchip?
“Siamo stati i primi a San Marino, negli anni Novanta, dietro nostro interessamento personale, ad introdurre il microchip per i cani. Curiosamente, questo dispositivo era nato in Australia per controllare le pecore. Poi, piano, piano è arrivato in Europa ed è andato a sostituire il tatuaggio che si faceva allora sui cani, ma che si era rivelato inadeguato. La microchippatura ci fu consigliata caldamente dalla ASL di Bologna e la sua introduzione, grazie alla collaborazione del nostro servizio veterinario, è stata fondamentale per debellare il randagismo”.
Quindi, adesso, tutti i cani sono microchippati?
“Secondo noi, no. Per questo stiamo caldeggiando una mappatura dell’intera popolazione canina”.
In questi anni, com’è cambiata la mentalità delle persone nell’approccio con gli animali, soprattutto quelli di affezione?
“Rispetto a 30 – 40 anni fa, è cambiata tantissimo. Allora era una tragedia: era considerato normale tenere il cane fuori di casa, legato alla catena, magari bastonato, e quando non serviva più per la caccia, un colpo in testa e via. Pian piano la gente ha cominciato a fare attenzione ed è iniziata una nuova cultura di rispetto e di cura degli animali. Non solo, ma si è cominciato a capire che gli animali da compagnia, per lo più cani e gatti, sono una risorsa. Perfino gli scettici, progressivamente, si sono ravveduti, forse per fare contento un bambino, o per fare compagnia ad un anziano”.
Perché lei parla di “risorsa”?
“Gli animali d’affezione sono una risorsa a livello emotivo e psicologico, in quanto sono creature molto empatiche e sono in grado di capire l’animo umano. Nei momenti di sconforto, di malattia, di avvilimento o depressione, l’animale c’è sempre, riconosce il bisogno e allora sta vicino alla persona, cerca di compensare il vuoto che le si è creato dentro. Cosa che molto spesso non accade né con i familiari, né con gli amici. Sarebbero una risorsa importante anche per le persone ricoverate in ospedale. Noi abbiamo presentato a tal proposito un progetto di legge per consentire l’ingresso degli animali di affezione nelle corsie ospedaliere. Però è finito nei meandri dei cassetti istituzionali. Secondo noi deve essere un’opportunità che lo Stato deve dare”.
E fanno bene anche alla salute fisica, oltre che psicologica?
“Certamente. Un cane ha bisogno di uscire almeno due volte al giorno, quindi costringe il suo padrone a camminare, o quanto meno a fare una passeggiata. Costringe a vedere gente, a socializzare con gli altri possessori di cani. Tutte attività che sono un toccasana per il benessere di chiunque. Inoltre, occuparsi di un altro essere significa allontanarsi dalle proprie preoccupazioni, dedicarsi a qualcosa di diverso da se stessi. C’è anche un aspetto immunologico: la vicinanza di un animale stimola le nostre difese immunitarie e ci rende più forti”.
Tutto questo è molto bello, ma assistiamo ad una umanizzazione degli animali, che sfiora l’esagerazione. Vengono vestiti, portati in passeggino come se fossero dei bimbi, nutriti con pappine di ogni sorta, abbelliti e pettinati dall’estetista. Lei cosa ne pensa?
“In effetti ci sono delle esagerazioni, che purtroppo mettono in cattiva luce l’amore che abbiamo per gli animali. Si è quasi indotti a pensare che tutti coloro che li amano siano così. Ma non è vero. Amare un animale vuol dire rispettare quello che lui è: un cane è un cane e ha esigenze da cane. Siamo noi che dobbiamo andare incontro alle sue esigenze da cane, e non renderlo umano. Per esempio, non necessariamente gradisce essere vestito. Tutto questo crea una barriera: noi non ci riconosciamo in questi fanatismi. L’APAS non è questo”.
Parliamo anche degli animali selvatici che hanno ripreso a popolare il territorio e spesso creano dei danni, oltre ad essere pericolosi anche per l’uomo. Qual è a vostro parere il modo migliore per contrastare la loro massiccia presenza in ambienti antropizzati?
“Chiaramente noi non siamo a favore della caccia per qualsivoglia specie. Riteniamo che gli squilibri ecologici vadano gestiti a livello scientifico, sulla base di una profonda conoscenza dell’ambiente. Ci sono diverse modalità per tenere sotto controllo queste presenze. Ad esempio, la somministrazione di mangimi medicati contenenti antifecondativi. Ma non c’è la volontà di sperimentare queste cose”.
E dei lupi, che ormai sono una presenza piuttosto frequente nelle nostre zone, dobbiamo averne paura?
“I predatori naturali sono la miglior modalità per lo sfoltimento dei branchi. Fino a poco tempo fa, i cinghiali erano quasi spariti, perché i lupi hanno fatto quello che non fatto gli uomini: la selezione naturale. Anche la popolazione di caprioli è stata ridotta in maniera drastica da oltre un migliaio di capi a meno di un centinaio, grazie ai lupi. Non bisogna avere paura del lupo, non attacca l’uomo e quando non trova più da mangiare, va in un altro territorio”.
Qual è il suo consiglio per ristabilire l’equilibrio naturale?
“Bisogna comprendere gli ecosistemi e i loro indici di tolleranza, quindi agire con valutazioni scientifiche. Spesso, gli animali selvatici sono attirati dai rifiuti lasciati dagli uomini. L’uomo è sempre la prima causa degli squilibri ambientali e poi se la prende con chi cerca di regolare l’ecosistema, come fanno i lupi, appunto. Bisogna capire che quando ci sono degli squilibri ambientali, la natura cerca sempre di recuperare. Dobbiamo fidarci della natura. Basta con gli interessi di parte. Faccio mio un famoso aforisma: quando l’ultimo albero sarà abbattuto, l’ultimo pesce mangiato e l’ultimo fiume avvelenato, vi renderete conto che non si può mangiare il denaro”.
Angela Venturini