SAN MARINO. “Il linguaggio d’odio non è la nostra lingua!”….di Don Gabriele Mangiarotti

Capita di leggere giudizi, espressi da varie personalità, alcune addirittura sconosciute, nei quali ti ritrovi immediatamente, e che ti sembrano autentici compagni di viaggio, con cui guardare la realtà e trovare linee di pensiero e di azione che ti corrispondono.

Mi è capitato in questi giorni leggere queste note che una amica mi ha inviato: «Nicolas Gómez Dàvila scrive «Chi accetta il lessico del nemico si arrende senza saperlo. Prima di diventare espliciti nelle proposizioni i giudizi sono impliciti nei vocaboli». Facciamo caso ai “dibattiti” in tv: il linguaggio ha perso la sua funzione denotativa. E un grande filosofo brasiliano afferma: “La lingua dei nostri dibattiti pubblici si sta riducendo a uno strumento con il quale si può insultare, denunciare, accusare, calunniare – ma con il quale non si può comprendere niente. Lo scrittore che, per paura di interpretazioni maliziose, si ribassi a scrivere nei canoni di questa lingua smetterà presto di essere uno scrittore per essere un garçon di fast-food mentali”».

Così possiamo assistere impunemente ad affermazioni che arruolano il Pontefice in esternazioni che considerano l’aborto in maniera diversa da come egli stesso intende ed esprime. Pensiamo a questo giudizio: «Siamo stati molto colpiti dall’intervista televisiva, in cui lo stesso Papa Francesco ha definito l’aborto “un problema etico e non un problema religioso”. Nel riflettere su tale affermazione, abbiamo sentito un forte rispetto verso la laicità dello Stato, ma nello stesso tempo un forte richiamo alle persone verso le responsabilità individuali e collettive» e paragoniamolo con quanto lo stesso Pontefice ha in realtà affermato: «Quanto al problema dell’aborto, bisogna tenere presente che non si tratta di una questione primariamente religiosa, ma di etica umana, anteriore a qualsiasi confessione religiosa. E fa bene a porsi le due domande: è giusto eliminare una vita umana per risolvere un problema? E’ giusto affittare un sicario per risolvere un problema?»

Di questo passo potremo pure stravolgere anche quanto la grande santa e promotrice della vita s. Teresa di Calcutta alla fine degli anni ’70 «ebbe il coraggio di scrivere … al Primo Ministro Indiano: “Lei ha autorizzato l’aborto e ciò ha seminato l’odio nella nazione. Se una madre, infatti, può uccidere il proprio figlio, perché non possiamo uccidere gli altri, coloro che ci danno fastidio? Mi pare che Lei non si renda conto del male che l’aborto sta provocando al suo popolo … Signor Desai, forse tra poco Lei si troverà faccia a faccia con Dio. Non so quale spiegazione potrà darGli per avere distrutto la vita di tanti bambini non nati, ma sicuramente innocenti, quando si troverà davanti al tribunale di Dio, che La giudicherà per il bene fatto e per il male provocato dall’alto della Sua carica di governo”».

Ma non sarà che in questo contesto drammatico, in cui siamo chiamati a difendere la vita senza «se» e senza «ma», questo sia il criterio per combattere una battaglia che trasformi un omicidio in diritto: «faremo di tutto, non per vincere, perché questo è già assodato, ma per umiliare la controparte»?

Noi non vogliamo umiliare nessuno, e ogni azione, anche nei confronti di chi ha abortito o ne è tentato, ha come scopo aiuto, compassione e conforto. Non abbiamo una «controparte», ma fratelli e sorelle che ci chiedono aiuto e desiderano chiarezza e sostegno. E basterebbe vederci in azione, o leggere i comunicati del Comitato «Uno di noi» per rendersene conto: «Prima di diventare espliciti nelle proposizioni i giudizi sono impliciti nei vocaboli».

Il linguaggio d’odio non è la nostra lingua!

Don Gabriele Mangiarotti