San Marino. In attesa del nuovo decreto: apriamo o chiudiamo? I numeri sono drammatici, ma non tutti se ne rendono conto … di Alberto Forcellini

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  • Siamo nella fase più difficile della pandemia. La recrudescenza dei contagi coincide con un anno di sacrifici, di chiusure, di mancanza di lavoro, di morti. Eppure, i sacrifici personali, le limitazioni alla libertà prevaricano, in molte discussioni, sulla situazione dell’ospedale, che da un anno lavora al 150 per cento, e su un impressionante aumento dei contagi. Oltre 500 casi attivi sul territorio, non sono uno scherzo. Ben 46 ricoverati, 11 in terapia intensiva. Temendo il peggio, si sta già guardando ad aumentare qualche posto.

    Nella prima fase, c’erano stati 715 contagi e 40 decessi. Nella seconda e terza fase, quasi 4700 (4000 in più) e una quarantina dei decessi. Il significato è chiaro: il virus circola più veloce, ma è meno aggressivo, anche se rimane comunque letale.

    Eppure il dibattito si articola ancora su due fronti opposti: bisogna stringere ulteriormente; apriamo tutto, tanto non serve a niente. Così aveva detto anche Boris Johnson lo scorso anno, salvo poi aver rischiato di rimetterci la pelle. A quel punto ha cambiato tattica: ha chiuso l’Inghilterra e ha avviato una potentissima campagna vaccinale. Ieri, le agenzie stampa erano piene della notizia che, per l’Inghilterra, era stato il primo giorno senza morti. Ma è ancora chiusa. Lo sarà per quasi tutto il mese di aprile, poi si ricomincerà pian piano con alcune attività, viaggi vietati e pub che riapriranno a giugno.

    La lezione che ci arriva, mentre anche Francia e Germania chiudono tutto, è che la strategia di contrasto al virus deve essere condotta su due binari: norme stringenti sugli assembramenti e sulla mobilità, vaccinare tutti. Come si è mosso San Marino? L’abbiamo visto in queste ultime settimane con l’avvio di una campagna vaccinale di massa ma con chiusure limitate, anche se per avere risultati davvero efficaci si dovrebbe ricorrere al lockdown, come lo scorso anno.

    A questo punto, in attesa del nuovo decreto che dovrà entrare in vigore il 1 aprile, il dibattito tra le diverse correnti di pensiero rischia di diventare ozioso perché ognuno è convinto di avere la verità in tasca. A cominciare dai vaccinati (più di 10 mila) convinti di aver conquistato la vita eterna. Non è così: il vaccino è la più potente arma di contrasto contro la diffusione del virus, ma lo si può comunque trasmettere e si può rimanerne contagiati. Il muro di anticorpi che è stato costruito all’interno della persona vaccinata serve a non ammalarsi in maniera grave, ma per il resto bisogna mantenere tutte le precauzioni. In ogni caso, l’immunizzazione totale avviene dopo circa 40 giorni dalla seconda dose. Quindi: occhio!

    E poi le mamme no mask. I nostri figli hanno il diritto di respirare. Il problema è proprio lì, nell’aria che si respira, che è pienissima di virus. Non è un caso che tra i nuovi contagi giornalieri ci siano sempre più bambini. E allora perché non li si vuole proteggere e non si vuole evitare che essi stessi diventino veicolo di infezione?

    L’altro problema sono i ragazzi, talmente pieni di vita e così stanchi delle limitazioni, che sono davvero incontenibili e nessun messaggio arriva a colpire la loro mente. È cominciata la vaccinazione per la fascia tra i 16 e i 17 anni. Se ne sono prenotati e hanno ricevuto la prima dose una cinquantina, su circa 700 ragazzi. E qui, allora, il problema è delle famiglie, dei genitori, che non sono riusciti neanche a mandare una mail. Non hanno saputo? O non interessa? Nel caso, perché? Non si sentono più tranquilli se il figlio (che comunque va in giro) è vaccinato? Poi non dobbiamo stupirci se si chiudono i parchi, le palestre, le piscine, se i locali pubblici continuano ad essere chiusi di sera, se si continua con il coprifuoco. Soffiare sul malcontento non porta buoni risultati. Capire che per uscire dalla pandemia occorre una buona dose di senso civico, è la miglior iniezione di ottimismo in cui si possa sperare.

    a/f