Partiamo dal nostro piccolo. Fino a pochi anni fa, il nostro tasso di natalità era intorno all’11 per mille, determinando ogni anno la nascita di circa 300 neonati che, almeno, compensavano i decessi. Tuttavia, già nei primi anni 2000 (e da allora è già passato un quarto di secolo, con un notevole aggravamento della situazione) si evidenziava un forte invecchiamento della popolazione, con gli ultra-sessantenni più numerosi dei giovani tra 0 e 18 anni, evento mai accaduto in nessuna epoca.
Quest’anno (2024) nasceranno poco più di 110 bambini, e anche negli scorsi anni la media è stata di circa 150 nati all’anno. Il tasso di natalità, insomma, è precipitato al 4,5 per mille; i decessi superano di gran lunga le nascite, e la società intera va incontro a un rapido processo di disfacimento e involuzione, una sorta di agonia preannunciata.
Il fenomeno è comune a molti Paesi occidentali che presentano tassi di natalità intorno al 4-5 per mille, sostenuti in parte dalla maggiore natalità tra gli immigrati. L’inverno demografico (definizione tutto sommato ottimistica, che lascia sperare magari in una prossima primavera) può, a mio avviso erroneamente, essere visto come un fenomeno a sé stante, da contrastare con provvedimenti ad hoc (che comunque sono necessari); oppure può essere interpretato come un indicatore non solo di una crisi di sistema, ma di una crisi di civiltà.
La rinuncia a fare figli è, in fin dei conti, una chiara espressione di paura e rinuncia al futuro, un segnale della mancanza di un progetto collettivo condiviso, capace di produrre o ravvivare valori comuni che diano senso e prospettiva alla società e alla vita di ognuno.
Le nostre società hanno alle spalle un’evoluzione millenaria, con radici nella cultura ellenistica, romana, giudaico-cristiana, illuministica e massonica, fino ad arrivare alle attuali democrazie liberali capitalistiche. Non c’è linearità né passaggi scontati tra una fase e l’altra, e i sistemi sociali, la cultura corrente e la mentalità dei singoli ondeggiano e vengono plasmati da determinanti sovrastrutturali, capaci di condizionare (non necessariamente in senso restrittivo o negativo) la nostra vita, il nostro lavoro, il nostro modo di pensare.
Oggi le determinanti sovrastrutturali prevalenti sono: globalizzazione (con le sue enormi contraddizioni e ripercussioni), consumismo (come modalità di produzione e consumo), digitalizzazione e intelligenza artificiale, assistenzialismo (come metodo di consenso e di omogeneizzazione dei comportamenti), e burocratizzazione normativa di ogni aspetto della vita, anche personale (con l’illusione della sicurezza totale trasformatasi in un sistema di controllo totale degli individui-massa). Inoltre, la religione è in piena crisi in occidente, con le Chiese cristiane meno incisive sui comportamenti dei cittadini, ma comunque presenti.
In questo contesto, i valori fondativi delle democrazie moderne – Liberté, Fraternité, Égalité – rischiano di diventare sempre più vuoti simulacri, mentre dilagano frammentazione individualistica e solitudine digitale, che divorano i valori fondanti della nostra società, portandoci verso un deserto etico di nichilismo e di distruttività autoimposta.
In questo clima, tratteggiato in modo troppo sintetico ma non irrealistico, l’istinto più potente ed essenziale per la preservazione della vita – il desiderio di riprodursi – si sta affievolendo e tende a scomparire. Come ha detto il Papa, oggi si preferisce un cane a un figlio (che è meno problematico da gestire) perché non si vuole rinunciare all’happy hour, alla palestra, alle vacanze e a tutte quelle cose futili con cui cerchiamo di riempire il vuoto che sentiamo dentro. La nostra vita è sempre più ridotta a una perenne fuga dalla realtà. Siamo tutti turisti per caso delle nostre vite.
E, almeno da noi, non si può nemmeno usare come scusa la mancanza di servizi sociali, asili nido, maternità pagata o congedi parentali. Ciò che manca è, purtroppo, il desiderio.
La denatalità è Thanatos (come i nostri antenati greci chiamavano le pulsioni di morte). Risvegliare l’amore per la vita, riscoprire e dare spazio alla dimensione spirituale del nostro essere, sono gli unici antidoti alla crisi demografica, epifenomeno di una crisi di civiltà che rischia di travolgerci.
Non esistono soluzioni preconfezionate, ma è urgentissimo che tutte le componenti della società ne discutano e provino a risvegliare un senso condiviso di appartenenza e di futuro.
Dario Manzaroli