La partita sul Decreto palestinesi si è chiusa così: la Democrazia Cristiana ha ceduto.
E lo ha fatto nonostante un consenso elettorale pesante, superiore a un terzo dei seggi in Consiglio Grande e Generale. Un peso che, sulla carta, avrebbe dovuto consentirle di dettare la linea. Non è andata così.
Di fronte al veto politico di Giuseppe Maria Morganti e dell’area di sinistra più ideologizzata, la DC ha scelto la strada più comoda e, allo stesso tempo, più rischiosa: evitare la crisi di governo, anche a costo di annacquare la propria posizione fino a renderla irriconoscibile agli occhi del suo elettorato naturale.
Gli emendamenti “portati a casa” dalla DC vengono presentati come una vittoria di equilibrio e responsabilità.
Ma chi legge i testi, chi va oltre i comunicati rassicuranti, capisce subito la realtà: siamo molto lontani da ciò che l’elettorato democristiano – moderato, prudente, attento alla sicurezza e ai conti pubblici – probabilmente si aspettava.
Non c’è stata la svolta promessa, non c’è stata la linea “solo bambini malati, curati e rimpatriati” e non c’è stata quella chiarezza che avrebbe consentito alla DC di dire: abbiamo davvero corretto il decreto.
Al contrario, la struttura del provvedimento resta sostanzialmente intatta: l’ingresso non è limitato ai soli minori in emergenza sanitaria; E’ prevista la possibilità di includere anche uomini già presenti in Europa. E qui la domanda è semplice: se sono già in Europa, dov’è l’urgenza di portarli a San Marino, visto che non si trovano più in un Paese in guerra? Viene aperta la strada all’utilizzo di alloggi pubblici, mentre decine di famiglie sammarinesi faticano a trovare casa e alcune arrivano perfino a rivolgersi alla Caritas fuori territorio; I soggiorni arrivano fino al 2027 e nessuno prenda in giro i cittadini: non saranno davvero temporanei ed il diritto al lavoro trasforma l’“emergenza” in radicamento: una volta ambientati, non li si potrà più rimandare indietro.
Questo non è un compromesso tecnico.
È una resa politica, soprattutto su temi identitari per la Democrazia Cristiana.
Mai vista una DC così titubante su due questioni che storicamente ne hanno definito il profilo: immigrazione ed Europa.
Mai vista una DC così poco assertiva nel difendere una linea realmente distinta da quella della sinistra radicale e dei mondi ProPal sammarinesi.
La domanda, a questo punto, è inevitabile e non può essere elusa con slogan o appelli all’unità di governo:
l’elettorato moderato e di centrodestra della DC si accontenterà?
Perché quei voti non sono stati espressi per fare da stampella a un’agenda ideologica che guarda più a una sinistra radicale che alle paure legittime di una piccola Repubblica.
Non sono stati dati per trasformare San Marino in un laboratorio politico multiculturale e multietnico.
E nemmeno per vedere la DC arretrare sistematicamente ogni volta che qualcuno minaccia una crisi.
Forse i tempi sono cambiati.
Forse la DC è cambiata.
O forse pensa che il suo elettorato cambierà da solo, adattandosi. Ma non è detto che accada.
La politica insegna una cosa semplice: gli elettori possono capire i compromessi, ma non perdonano la perdita di identità.
E quando un partito che vale un terzo del Consiglio rinuncia a guidare sui temi decisivi, il conto non arriva solo alle elezioni: arriva prima, nel vivere quotidiano.
La vera domanda, oggi, non è se la crisi di governo sia stata evitata.
La domanda è se la crisi di rappresentanza sia appena iniziata.
Marco Severini – direttore GiornaleSM











