Ascoltare le parole di Papa Leone agli Ambasciatori presso la Santa Sede è stato un momento di altissima commozione, per la capacità, mostrata dalla fede cristiana, di leggere la realtà e suggerire percorsi di umanità e di libertà.
E mi pare anche un aiuto al leggere la nostra situazione, la nostra storia, i problemi che ci stanno di fronte, intravvedendo però una possibilità di soluzione.
Credo che il suggerimento migliore stia nell’invito a leggere tutto il testo, affiancandolo con il Messaggio del Papa per la Giornata della Pace che il nostro Vescovo ha consegnato personalmente a tutti coloro che sono impegnati in politica.
«Nei nostri giorni il significato delle parole è sempre più fluido e i concetti che esse rappresentano sempre più ambigui. Il linguaggio non è più il mezzo privilegiato della natura umana per conoscere e incontrare, ma, nelle pieghe dell’ambiguità semantica, diviene sempre più un’arma con la quale ingannare o colpire e offendere gli avversari. Abbiamo bisogno che le parole tornino ad esprimere in modo inequivoco realtà certe. Solo così può riprendere un dialogo autentico e senza fraintendimenti. Ciò deve avvenire nelle nostre case e piazze, nella politica, sui mezzi di comunicazione e sui social media… Va poi notato che il paradosso di questo indebolimento della parola è sovente rivendicato in nome della stessa libertà di espressione. Tuttavia, a ben vedere, è vero il contrario: la libertà di parola e di espressione è garantita proprio dalla certezza del linguaggio e dal fatto che ogni termine è ancorato alla verità.»
Riprendere queste riflessioni sul linguaggio credo sia oggi, anche nel nostro contesto sociale e culturale, l’urgenza più necessaria. E il Papa fa anche alcuni riferimenti utili per il nostro tempo. Innanzitutto inizia a prendere in considerazione il tema della «obiezione di coscienza», che «consente all’individuo di rifiutare obblighi di natura legale o professionale che risultino in contrasto con princìpi morali, etici o religiosi profondamente radicati nella sua sfera personale: che si tratti del rifiuto del servizio militare in nome della non violenza o del diniego di pratiche come l’aborto o l’eutanasia per medici e operatori sanitari. L’obiezione di coscienza non è una ribellione, ma un atto di fedeltà a sé stessi. In questo particolare momento storico, la libertà di coscienza sembra essere oggetto di un’accresciuta messa in discussione da parte degli Stati, anche da quelli che si dichiarano fondati sulla democrazia e i diritti umani». A questo riguardo mi ha colpito il silenzio sulla proposta di Rete sul fine vita che all’art. 2 così si esprime: «I medici e il personale sanitario sono tenuti a rispettare tali volontà, senza possibilità di obiezione di coscienza.» Accettare senza discutere pubblicamente tali impostazioni fa ritenere urgente la considerazione di Papa Leone: «Duole, invece, constatare come, specialmente in Occidente, si vadano sempre più riducendo gli spazi per l’autentica libertà di espressione, mentre va sviluppandosi un linguaggio nuovo, dal sapore orwelliano, che, nel tentativo di essere sempre più inclusivo, finisce per escludere quanti non si adeguano alle ideologie che lo animano».
Il richiamo del Papa si fa ancora più chiaro nella riflessione sui diritti umani e sul caso della difesa della sacralità della vita, di ogni vita in ogni momento della sua esistenza.
«È alla luce di questa visione profonda della vita come dono da accudire e della famiglia come sua custode responsabile che si impone il rifiuto categorico di pratiche che negano o strumentalizzano l’origine della vita e il suo sviluppo. Tra queste, vi è l’aborto, che interrompe una vita nascente e nega l’accoglienza del dono della vita. In tal senso, la Santa Sede […] ritiene deplorevole che risorse pubbliche vengano destinate alla soppressione della vita, anziché essere investite nel sostegno alle madri e alle famiglie. L’obiettivo primario deve rimanere la protezione di ogni nascituro e il supporto effettivo e concreto a ogni donna affinché possa accogliere la vita. […] Simili considerazioni possono essere estese ai malati e alle persone anziane e sole, che talvolta faticano a trovare una ragione per continuare a vivere. È compito anche della società civile e degli Stati rispondere concretamente alle situazioni di fragilità, offrendo soluzioni alla sofferenza umana, quali le cure palliative, e promuovendo politiche di autentica solidarietà, anziché incoraggiare forme di illusoria compassione come l’eutanasia…
Alla luce di tali sfide, occorre ribadire con forza che la tutela del diritto alla vita costituisce il fondamento imprescindibile di ogni altro diritto umano. Una società è sana e progredita solo quando tutela la sacralità della vita umana e si adopera attivamente per promuoverla.
Le considerazioni che ho presentato inducono a pensare che nell’attuale contesto si stia verificando un vero e proprio “corto circuito” dei diritti umani. Il diritto alla libertà di espressione, alla libertà di coscienza, alla libertà religiosa e perfino alla vita, subiscono limitazioni in nome di altri cosiddetti nuovi diritti, con il risultato che l’impianto stesso dei diritti umani perde vigore, lasciando spazio alla forza e alla sopraffazione. Ciò avviene quando ciascun diritto diventa autoreferenziale e soprattutto quando perde la sua connessione con la realtà delle cose, la loro natura e la verità».
Mi pare che siamo di fronte a un messaggio che indica la via maestra per la salvaguardia della libertà (anche e soprattutto nella nostra «Antica terra della libertà») come del bene comune. E ritengo che gli «uomini di buona volontà» possano farsi interpreti delle linee suggerite da questo insegnamento. E non solo nel caso dell’aborto (pensando che una legge può sempre essere riformata, o addirittura abrogata, se non conforme alla verità dell’uomo e al bene della società) ma anche nel caso che ora sembra essere di grave urgenza della fine della vita.
A proposito della approvazione della legge sul suicidio assistito in Illinois, ancora il Papa, dopo avere espresso la sua contrarietà, così ha detto: «Dio si è fatto uomo come noi per mostrarci che cosa significa vivere davvero la vita umana. E io spero e prego che il rispetto per la vita cresca di nuovo in tutti i momenti dell’esistenza umana, dal concepimento fino alla morte naturale».
Nessuno può tirarsi indietro dal difendere la vita e dal linguaggio della verità. In questo momento drammatico della storia umana il nostro comune compito è irrinunciabile. Se vale quello che augurava s. Giovanni Paolo II all’UNESCO, credo che questa ambizione sia la cifra per il nostro presente: «La civiltà contemporanea tenta d’imporre all’uomo una serie di imperativi apparenti che i loro portavoce giustificano ricorrendo al principio dello sviluppo e del progresso. Così, per esempio, al posto del rispetto della vita, l’«imperativo» di sbarazzarsi della vita e di distruggerla… In tutto questo si esprime indirettamente una grande rinuncia sistematica alla sana ambizione che è l’ambizione di essere uomo. Non facciamoci illusioni: il sistema formato sulla base di questi falsi imperativi, di queste rinunce fondamentali, può determinare l’avvenire dell’uomo e l’avvenire della cultura.»
Noi abbiamo questa sana ambizione.
don Gabriele Mangiarotti











