San Marino. “La stanza accanto” ovvero l’eutanasia a colori di Pedro Almodóvar. Ma pregiudizi e disinformazione impediscono sul Titano di parlare del “fine vita” … di Angela Venturini

Tanti si sono interrogati sull’enorme successo del film “La stanza accanto” di Pedro Almodóvar, Leone d’oro a Venezia nel settembre scorso, attualmente in programmazione al Concordia di Borgo Maggiore fino a mercoledì 15 gennaio. L’argomento che tratta, infatti, non è di quelli semplici, né condivisibile a scatola chiusa. Anzi è un tema divisivo che, in qualche modo, fa paura, perché parla di eutanasia. Cioè di malattia e di morte. 

Eppure “sorella morte” come la chiamava san Francesco è la cosa più naturale che esista, così democratica che toccherà tutti, ma spesso innestata su equivoci e su un’ignoranza di fondo. Siamo un Paese di vecchi. Inutile far finta di non volere parlare del fine vita. 

La storia comincia con la morte di Adamo: che è il primo uomo, quindi anche il primo a morire. Per lenire quel momento di ignoto terrore, Set, figlio di Adamo, va in Paradiso a chiedere l’olio della misericordia, come elisir per una morte serena (Leggenda Aurea – Jacopo da Varagine). La necessità, il desidero, l’obiettivo di una morte tranquilla, senza dolore, la famosa “eutanasia” è dunque un bisogno antico quanto l’uomo: perché stupirsi se è ancora così attuale? La parola chiave è dignità, perché certe malattie abbruttiscono la persona, deturpano il corpo e la mente, recano dolori inimmaginabili, tolgono ogni speranza di guarigione. La possiamo chiamare ancora dignità? Ecco allora che il tema della dignità va ad investire la sfera delle libertà individuali, dei diritti sociali e dei diritti civili. In sostanza, della politica. 

Nessuno Stato può considerarsi libero e democratico se non rispetta i diritti civili e le libertà individuali. Al di là della condizione sanitaria, non si possono escludere la dignità e il rispetto. Ma spesso il benessere della persona viene dimenticato e si punta solo sull’accanimento terapeutico. 

Il concetto di fine vita è un’altra cosa. In senso generale, si concentra sull’assistenza e il sostegno forniti ai pazienti terminali o gravemente malati per garantire una morte dignitosa e confortevole, e in questo contesto si inseriscono anche la sedazione profonda e le altre cure palliative. Qual è la cosa difficile? Pensarci! Perché significa pensare alla propria morte. Ma è anche la fiducia, perché bisogna mettere nelle mani di un altro la nostra morte. È l’altro che deve capire a accettare il nostro pensiero.

In questo senso il film di Almodóvar è davvero un capolavoro, perché da una parte c’è la persona ammalata, una donna, che sa di non avere più speranza, ma che nel frattempo dovrà soffrire molto nonostante le cure e dovrà vedere la progressiva perdita del suo sistema vitale. Per questo decide di farla finita finché la sua mente è lucida e il suo corpo attivo e rispondente. Cioè dignitoso.

Dall’altra parte c’è un’amica, che non dovrà fare niente, se non assisterla perché non sia sola nella semplice essenzialità della morte. È sufficiente che stia nella stanza accanto. Lei è riluttante (come lo saremmo tutti) nonostante l’empatia. In questa storia sull’importanza del controllo di sé, delle emozioni, del proprio passato, del destino che si intravede, il regista spagnolo tiene la mano ferma e lo sguardo equidistante (benché la sua posizione sia certamente solidale con le protagoniste), celebrando innanzitutto il potere della scelta. Ecco perché “La stanza accanto” non è soltanto un discorso politico o un film a tema sull’eutanasia. È un film sui diritti civili e sui sentimenti, assolutamente umani, interpretati con la sensibilità di un artista e quindi capaci di diventare poesia. Poesia del dolore, ma anche dalle speranza. Nonostante la morte. 

Da casi come quello raccontato (ce ne sono tantissimi) nasce la necessità di abbandonare il concetto di suicidio (che ha un’accezione tutta negativa) per il concetto di morte volontaria medicalmente assistita. Quando mancano i presupposti per una buona morte, quando la sofferenza si fa intollerabile, quando la “macchina” non si può più riparare, perde ogni senso l’accanimento terapeutico, ovvero il cercare di sconfiggere la morte e vincerle qualche giorno in più, togliendo alla persona il suo significato di autenticità. È questo il confine in cui si innesta il diritto alla libertà di scelta. 

Purtroppo i pregiudizi sono destinati a rimanere perché mancano le informazioni e manca una normativa specifica, che però già esiste in altre nazioni, Italia compresa, dove il testamento biologico è una realtà. Ci si potrebbe arrivare abbastanza agevolmente partendo dall’articolo 1 della Dichiarazione dei Diritti, dove recita che la normativa sammarinese può avvalersi delle convenzioni internazionali. Sarebbe opportuno quanto meno cominciare a parlarne, perché sicuramente la sensibilità della gente è molto più avanti delle divisioni politiche, come è già successo per molti altri argomenti. Intanto, sarebbe un grande passo in avanti, la realizzazione di un hospice, come ce ne sono già di validissimi proprio nelle zone vicino a noi. 

Angela Venturini